17.12.05

Il nuovo razzismo multiculturalista

Sorridi, sei sul TBLOG
Di Giorgio Israel: Il foglio 16 dicembre 2005 - pag 2

E’una storia vera, realmente accaduta, come altre analoghe. Un bimbo africano adottato fin da piccolo da una famiglia italiana viene ripetutamente molestato a scuola. I suoi compagni di classe lo chiamano “scimmia”. Il bambino è scosso, disperato, i genitori protestano, s’incontrano con gli insegnanti e con i genitori degli altri bambini. Questi ultimi escludono vivacemente che vi siano sentimenti razzisti in circolazione. “E’ così difficile capirsi tra ‘diversi’… – protestano – non sarebbe il caso di organizzare degli incontri per scambiare la conoscenza dei rispettivi usi e costumi? La cosa più carina sarebbe organizzare delle cenette in cui ognuno fa gustare all’altro le proprie specialità etniche…”. In realtà, il nostro bimbo parla romanesco e adora la pizza e gli spaghetti. Perché mai dovrebbe rompersi la testa a cucinare il kunde, il kaklo o il riso al cocco, e provarne il sapore per lui inusuale, mentre i suoi compagni lo introducono alle meraviglie dei bucatini all’amatriciana, che lui conosce meglio di loro?" [Leggi tutto]

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La foto è di Walker Evans

2 commenti:

barbara ha detto...

Sempre molto lucido, Israel. Una volta ci ho anche litigato, ma l'ho perdonato perché sono buona ...

Anonimo ha detto...

Condivido quello che dice Giorgio Israel sul multiculturalismo, ovvero che è la ricetta per creare comunità identitarie isolate, che hanno rapporti reciproci simili a quelli tra stati diversi, che finiscono con l'idolatrare e fossilizzare (con termine sociologico: "reificare") la loro identità, e creano grossi problemi alle persone che non vogliono o non possono rispondere a tutti i criteri per appartenere ad una di queste comunità.

Ma l'interculturalità non merita quello che di lei dice Giorgio Israel in questo paragrafo:

(cit)

E allora, dopo che ci siamo ben assisi ciascuno nella propria identità etnico-culturale, che abbiamo occupato il posto che ci è stato assegnato nel mondo della multiculturalità, con tanto di biglietto numerato, resta da passare al processo interattivo, al dialogo, all'"interculturalità". Nella fattispecie, fare un assaggio incrociato di bucatini all'amatriciana e di riso al cocco.

(:cit)

Per prima cosa, preciso che nella mia definizione di "interculturalità" mi baso su questo testo di Giuseppe Mantovani ( http://www.psy.unipd.it/~mantovani/ ):

http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&ISBNART=09739-2

Secondo questo testo, l'interculturalità non è il coronamento del multiculturalismo, ma un'alternativa ad esso, il quale viene avversato con motivazioni analoghe a quelle di Giorgio Israel.

Per capirci meglio, partiamo da un esempio comune: facciamo conto che io sia un padre di famiglia, con moglie, figli in età scolare, genitori e suoceri.

La mattina mi sveglio accanto a mia moglie; in anni di conoscenza, amicizia, fidanzamento, matrimonio, abbiamo sviluppato di comune accordo delle regole per la nostra relazione, vincolanti anche se raramente esplicitate e mai formalizzate in un codice.

Quando interagiamo con i nostri figli al momento di fare colazione, altre regole entrano in gioco; poi io vado al lavoro, e lì mi immergo in quella che pomposamente ma correttamente viene chiamata "cultura aziendale".

Esco dal lavoro, e vado a parlare con gli insegnanti dei miei figli - entrando nel mondo della scuola, con le sue regole.

Vado poi in piscina, dove alle volte sono bagnante, ed alle volte sono bagnino (diplomato questo mese); dopodiché è ora di cena - dai suoceri.

Sono in casa d'altri, ed anche se con loro vado d'accordo, devo ricordarmi che a casa loro vigono regole diverse che a casa mia.

Questo esempio l'ho fatto per mostrare che è perfettamente normale per ogni persona impersonare una molteplicità di ruoli nel corso della giornata, ognuno dei quali definito da una diversa cultura.

Ogni persona viene quindi obbligata a fare quotidianamente una sintesi personale tra queste culture, e questa è l'interculturalità. Come dice Mantovani, la mente umana è intrinsecamente interculturale.

Le persone interculturali partono dal presupposto che la loro stessa identità è composita ed in continua evoluzione, o per evoluzione spontanea, o per "incrocio" con altre culture. La soluzione quindi non è quella dello "splendido isolamento", bensì quella del mettersi in pubblica discussione.

In una società interculturale non si cerca di moltiplicare le identità separate, né si cerca di estenderne la portata oltre il necessario. Queste identità sono, più che degli enti autonomizzati e con la tendenza a reificarsi, dei tratti assunti dalle singole persone, che con le persone evolvono.

Facciamo l'esempio di una congregazione religiosa: è inevitabile (e qualche volta indispensabile) che persone che condividono la medesima fede preghino e pratichino il loro culto insieme - ed in una società multiculturale, la congregazione tende a degenerare in un _millet_ all'ottomana.

In una società interculturale la congregazione invece mantiene i suoi scopi religiosi, ma le persone sono incoraggiate a vedere la loro fede come un insieme di valori da applicare nella società in generale, qualcosa che le mette in relazione anche con chi non appartiene alla loro congregazione.

E nessuno pretende che ogni appartenente ad una congregazione religiosa sia un prototipo di osservanza, perché tutti sanno che ognuno fa la propria personale sintesi dei valori della religione che professa e di quelli della/e società in cui vive. I "musei etnografici viventi" sono il sogno dei multiculturalisti, ma l'incubo degli interculturali.

Per quanto riguarda le controversie, come ad esempio sul velo e sulla shekhitah, la ricetta del multiculturalismo sarebbe quella di creare eccezioni e nicchie - col risultato che la donna che indossa il burqua' rischia ad ogni passo di dover dimostrare di essere mussulmana (mostrando i documenti al poliziotto, e sollevando davanti a lui il velo), altrimenti viola la legge; e se una persona mangia in un ristorante kasher deve dimostrare di essere ebrea, e quindi una buongustaia e non una consumatrice di carne di animali maltrattati (ammesso e non concesso che la shekhitah sia una forma di maltrattamento).

Nel caso dell'interculturalità, la ricetta è quella di mettersi in discussione e capire che cosa è irrinunciabile in ogni richiesta (ed in ogni rifiuto), e su che cosa ci si può mettere d'accordo. Non è comoda la vita in una società interculturale - ma la "discussione pubblica" è il sale della democrazia.

Non è solo Giorgio Israel, purtroppo, che mette insieme "multiculturalismo" ed "interculturalità", finendo con il buttare il bambino insieme con l'acqua sporca; per questo ho voluto puntualizzare.

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