26.6.06

Missione compiuta?

Sorridi, sei sul TBLOG

Un altro brutto sondaggio, stavolta sul Jerusalem Post


Adesso la maggiornza degli israeliani sembra opporsi al riallineamento.


Forse, gli attacchi continuati palestinesi da Gaza, e il conseguente crollo della sicurezza, sono riusciti a mettere la maggioranza degli israeliani contro ulteriori ritiri. E a bruciare un'altra possibilità di andare verso la pacificazione, e ovviamente verso lo stato palestinese.

Intanto i carri armati scaldano i motori per una maxioperazione terrestre su Gaza, se il soldato rapito non venisse rilasciato. Per andare avanti col "riallineamento", Olmert dovrà essere capace di mostrare che Israele non ha perso la sua capacità di deterrenza. Ma in questo modo, l'escalation militare rischia di divorarsi i piani di ritiro.

Speriamo che gli attivisti palestinesi non siano riusciti a compiere la loro missione.

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La foto è di Yves Lafon

22.6.06

Non sono solo nell'universo!

Disgustato dall'incompetenza dell' amministrazione Bush, ma convinto che un ritiro oggi sarebbe una vittoria dell'islamismo fascista e ci metterebbe tutti in una posizione molto peggiore di quella del 10 settembre 2001. La mia posizione sull'Irak è la ricetta sicura per litigare con chiunque. Oggi, finalmente ho trovato in Andrew Sullivan uno che la pensa esattamente come me! Hurrà, c'è vita nell'universo!

If a Democratic candidate emerged who promised to stick to the Iraq war to victory, but conduct it in a more aggressive, ethical and competent way than the current crew, Americans would be more than receptive. Such a position would also help them expose the scandalous incompetence in the White House, while not being vulnerable to charges of defeatism. It won't happen, alas.

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Povero Shas



Ottime notizie, secondo me, per il pluralismo ebraico.

Mentre Haavodah è tradizionalmente associato coi Reform, adesso due partiti al governo (pensionati e Kadima) si associano al movimento internazionale dei conservative nella WZO. Il Jpost riporta il discorso di Olmert, in cui si dà credito al movimento Consrvative di seguire la "Via d'Oro" descritta da Maimonide.

Lo Shas è furente, anche perché -se le forze di governo dovessero tenere fede ai loro impegni- dovrebbero aprirsi nuovi spazi per gli ebrei non ortodossi, ad esempio nei mikvaot (ehi, è il tema del giorno) gestiti dallo stato, che in questo momento sono chiusi a reform e conservatives.

Dal giornale forward:

JERUSALEM - The Israeli movements for Conservative and Reform Judaism are protesting disparaging statements made last week by the government minister in charge of religious affairs, Yitzhak Cohen of the ultra-Orthodox Shas party, who dismissed non-Orthodox conversions as "virtual" and undeserving of ritual immersion in publicly funded ritual baths.

Taglio gli apprezzamenti insultanti formulati dal ministro.

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La foto è di Man Ray

21.6.06

"Provocatore", "Cretino","ignorante coglione!"



Ha creato qualche sturbo a qualche idiota antisemita in giro per il mondo, e già questo me lo rende simpatico. Ha fatto schiumare qualche piccolo indiano su IPI (gli appellattivi del titolo sono tutti firmati dal compagno n3tgan3sh, che gli amanti del genere potranno veder fare il botto in questo thread), e questo è indubbiamente divertente. Ha creato problemi ai burocrati dello sport, e questo me lo rende ancora più simpatico. Ma se è vero che il gesto ha riscaldato i legami tra comunità ghanese e israeliani, e che molti israeliani adesso hanno una squadra per cui tifare, beh allora Parsil mi diventa simpaticissimo. Il Jpost parla molto e bene dell'idillio tra Ghana e Israele.
Occhiali molto meno rosa nel commento di un lettore di Haaretz:

Did you notice how the article enbded by saying that Israel finished "third in its European qualifying group." Excuse me?? israel is not in Europe, it is in the Middle east.

Perhaps Haaretz should explain to readers why a Ghana player has to wave the Israeli flag and not someone from Israel proper. It is because 1) the Arab teams like Saudi, Iran, etc. refuse to play against Israel and 2) the soccer league allows them to do this. Therefore Israel must play Italy, France, Spain, Germany etc.
Instead of hiding behind a cowardly sense of pride that someone from Ghana has the guts to wave our flag, Israle should enforce the rules of sportsmanship and insist on being allowed to compete against its regional teams, and they should either play or be given a forfeit.

Meanwhile, the Arab players who qualified within their own region are enjoying the World Cup and Israeli players who would have qualified get to sit home and watch.

Pathetic Israelis, wake up.

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La foto è presa dal Jerusalem Post

20.6.06

Americano quanto la torta di mele

Sorridi, sei sul TBLOG

Cristopher Hitchens sulla storia, la tipicità e la dignità politica del pompino.

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La foto è di Garry Winongrand

19.6.06

Uno Shabbat a Karlovy Vary

Sorridi, sei sul TBLOG

Di tanto in tanto mi capita di trovarmi a Karlovy Vary. Col suo nome tedesco di Carlsbad fu una località termale aubsburgica, poi diventata cecoslavacca. Fu sede di una numerosa e fiorente comunità ebraica fino al 1937, quando, durante la crisi dei Sudeti, tutti gli ebrei locali lasciarono in fretta la città. E a buona ragione, visto chela sinagoga monumentale di fronte alla quale avevano stazionato le carrozze dei Becher e dei Moser fu immediatamente data alle fiamme e distrutta, nel 1938.

La comunità è stata ricostituita dopo la guerra. Stavolta molto poco numerosa e ancor meno fiorente. E, come tutti i cittadini (ma forse un po' di più) ha dovuto sopportare la lunga parentesi grigioferro del regime comunista, che per circa cinquant'anni le ha impedito di avere un rabbino. Oggi, Karlovy Vary è un incantevole e coloratissima località di villeggiatura e se non fosse per qualche cicatrice architettonica che non sfugge ad un occhio allenato, sembrerebbe aver vissuto secoli di spensierata e ininterrotta felicità. Giù in basso, lungo il torrentello che divide la deliziosa cittadina, è addirittura pieno di frecce che indicano "Synagogue", con un indirizzo. E' uno dei segni di simpatia per la sparuta comunica ceca che il regime democratico di Havel ha voluto lasciare, in contrasto con la politica silenziosamente ma inequivocabilmente antisemita del vecchio regime comunista.

E' anche marketing azzeccato, pensavo, visto che la cittadina mitizzata in tutto il vecchio mondo sovietico come destinazione dei più prestigiosi viaggi premio della nomenklatura, pare oggi frequentata da numerosi israeliani (ex-russi?), almeno a giudicare dai cartelli con il cambio in Shekel, da qualche gioiello ebraico in vetrina accanto a quelli cristiani, dalla enorme Hannukkiah d'argento ben lavorato che si vede nella vetrina di un gioielliere del centro.

Un giorno di qualche anno fa seguendo le indicazioni delle frecce, mi sono inerpicato sulla collina dietro a quel dinosauro di regime chiamato Hotel Thermal: un monoblocco di cemento armato in stile comunista-babilonese al cui confronto gli ecomostri pugliesi appaiono come gioielli di Le Corbusier. Ecco, solo due lunghe curve più su, appena all'interno del bosco c'era un palazzetto di cemento un po' triste ma decoroso, con una bella insegna blu in ebraico che nel frattempo ho imparato a leggere: "Beit Knesset". Avevo dato un'occhiata dentro: oltre ad ospitare uffici e gabinetti medici, era anche la sede piuttosto frugale ma spaziosa della ricostituita comunità ebraica: da un lato c'erano gli uffici, dall'altro l'ingresso alla sala del Tempio. Era un giorno feriale ed ero salito solo per curiosare e così me ne ero andato senza parlare con nessuno, pensando che prima o poi ci sarei tornato in un momento più favorevole.

L'ho fatto questo Shabbat. Era il giorno giusto per essere lì. Avevo la perfetta congiunzione astrale per mollare clienti e soci ai loro festeggiamenti sportivi e così mi sono alzato un po' più presto di quello che amerei fare di sabato. Ignorando il grado di osservanza della locale comunità, ma supponendolo non ossessivo, ho preso lo zainetto e ci ho messo dentro il tallet (già che porto, mi porto almeno un tallet della mia misura, ho pensato), una Torah Di Segni (ovvero con la preziosa traduzione in italiano). Ho invece lasciato nella camera d'albergo il siddur. Ormai sono abbastanza in grado di seguire un servizio ortodosso in ebraico nei vari riti. E il mio libro di preghiere reform immaginavo non sarebbe stato di alcuna utilità per districarmi nel puro shachrit shabbat ashkenazita che pregustavo con piacere. Avrei in ogni modo trovato al tempio tutto quello che poteva tornarmi utile.

Ho ripercorso quasi a colpo sicuro i passi che avevo mosso con qualche esitazione topografica anni fa. Anzi, ho trovato d'istinto una scorciatoia nel boschetto che mi ha permesso di risparmiare un tornante piuttosto lungo e così, molto prima di quanto mi aspettassi, mi sono ritrovato di fronte al palazzetto che ricordavo. Ancora un po' più triste, questa volta, perché della scritta "Beit Knesset" era rimasta solo la prima metà: la seconda parte dell'insegna persa chissà dove.
Ho salito in perfetta solitudine i pochi gradini di graniglia, percorrendo con la mano la ringhiera su cui fioriva un po' di ruggine, ma non troppa. Tutto sommato in armonia con lo stato della costruzione. Sotto la piccola tettoia in cima alla scaletta, accanto al portoncino di metallo e vetro in stile condominiale, mi sono fermato a guardare la bacheca di vetro. Il calendario ebraico era aggiornato, i cartelli erano sempre al loro posto. Bene. Mi sono sentito sollevato dalla strana sensazione che la quiete forse eccessiva aveva cominciato a procurarmi senza che me ne accorgessi. Ero salito indossando la kippah attraverso i sentieri che dal Thermal attraversavano il boschetto e in quell’ora che, dopo tutto, era in quasi ogni sinagoga del mondo l’inizio di shachrit shabbat, non avevo incontrato nessuno che sembrasse diretto come me alla sede della Comunità. Ora però, davanti al calendario con gli orari di accensione delle candele, del tallet, dello shemà, tutto sembrava tornare a posto.

Il portoncino era chiuso. Non si tirava, non si spingeva, La maniglia non girava. No, era assolutamente e inequivocabilmente chiuso. Chiuso su un palazzetto inanimato. Ero fuori dalla sede in cui non si intuiva vita, se non un calendario ebraico, che ho ricontrollato, trovandolo di nuovo perfettamente aggiornato, e un posacenere a colonna sotto la tettoia, inzeppato di mozziconi. Era troppo presto? Forse, per quanto strano, le abitudini della comunità locale erano improntate ad una lentezza di messa in moto mattutina che non mi era ancora capitato di incontrare al di fuori della mia comunità.

Però il calendario ebraico era aggiornato. Segno di vita forse non vivacissima, ma inequivocabile. Non era il caso di perdere la fiducia. Spalle al portoncino mi sono fermato ad ammirare il bosco che scende verso il torrentello, perdendomi nei puntini rosa gialli e azzurri degli edifici teresiani che lo costeggiano, e dove tra poche ore si sarebbe svolta la gara di canoe, ragione della mia presenza in città.

Non so quanti minuti erano passati quando alle mie spalle ho sentito una voce amica: "Shabbat shalom!". Un omone, suppergiù delle mie dimensioni che al posto della kippah indossava un copricapo di lana grezza che a occhio definirei tagiko, mi stava invitando ad entrare nel portoncino. Avevo fatto bene a non andarmene. "Shabbat shalom", gli ho risposto tendendogli la mano, in quella che sarebbe rimasto l'unico scambio verbale articolato di quella strana mattinata. Mentre cercavo di informarmi sull'orario d'inizio di shachrit, è stato immediatamente chiaro che eravamo divisi sia dall'ebraico colloquiale, che dal russo, che dall'inglese, che dall'italiano, nessuno dei quali raggiungeva il numero minimo di parlanti necessario alla comunicazione.

Sono entrato nel tempio, che l'uomo mi aveva spalancato con grande cortesia. Ero assolutamente solo: la bimah davanti, la mechitzah alle spalle, l'aron di fronte, le pareti tappezzate di libri, grandi tavoli per lo studio. Il neir tamid acceso. Talleisim a forti strisce nere e blu, appoggiati un po' dappertutto, specialmente sulle ringhiere della bimah. L'uomo mi aveva lasciato lì, ancora una volta da solo.

Come prima cosa, ho cominciato a curiosare tra i siddurim e i chumashim. Un po' per vedere che cosa si offriva al pubblico che immaginavo estremamente cosmopolita di quella sinogaga, un po' per procurarmi qualcosa di utile, magari con traduzione in qualche lingua conosciuta, che mi guidasse attraverso i salti e le svolte brusche che i chazanim non si fanno mai mancare, nel tentativo di scrollarsi di dosso e seminare lungo il servizio il resto del minyan. E certamente me.

La scelta è caduta su un siddur un po' consunto, stampato a New York nel 1959, e di apparente impostazione conservative, visto che la beracha "lo assanì ishah" (ma non le altre) era stata sostituita da altra più palatable. E in quel siddur, di nuovo, mi sono perso per un tempo che non saprei determinare.

Ammiravo la legatura, provata dall'uso ma ancora solida, la copertina dai margini sfilacciati che lasciavano apparire il cartone sotto la tela blu scura e le pagine, che erano state percorse innumerevoli volte fino a raggiungere uno stato quasi traslucido. Cercavo soprattutto di identificare i punti salienti del servizio, capire la struttura non razionalissima che era stata
data al libro: un approccio cervellotico che -mi era chiaro- mi avrebbe costretto di lì a poco a saltare avanti e indietro per le pagine, col rischio di perdermi in modo definitivo e irrimediabile.

Dopo un tempo imprecisato di immersione e concentraziome, ho sentito tornare l'omone che mi aveva aperto. Mi ha guardato per un attimo dalla porta del tempio e vedendomi assorto nello studio, se n'è andato una seconda volta, e non saprei dire dove si sia diretto. Ormai, a quell'ora, persino la mia sinagoga sarebbe stata brulicante di attività. Ho deciso di avvolgermi nel tallet e di cominciare se non altro le benedizioni del mattino e i salmi preliminari, che avrei sempre potuto ripercorrere dopo. Esaurite tutte le possibili introduzioni e antefatti al servizio, però, la sinagoga era altrettanto deserta di quanto fosse prima.
Ho continuato a dire Shachrit, un po' in silenzio, un po' cantillando a bassa voce il nusach che è familiare a me, ma che quei muri forse non avevano mai sentito. Ho letto in silenzio la Parashà. Sono arrivato ad Adon Olam e continuavo ad essere l'unico frequentatore della sinagoga e forse l'unica persona all'interno del palazzetto, insieme al mio amico dal copricapo tagiko, che però non ho più visto.

Ho piegato il tallet e l'ho rimesso via. ho visitato l'atrio del tempio, osservando le foto raccolte in pagine sottovetro incardinate al muro, un po' come si vedeva nei vecchi negozi di dischi. L'ufficio del rabbino, vuoto. I corridoi, vuoti. Anche il mio amico era scomparso. Ho richiuso la porta con attenzione. Ho sceso la breve scala, mi sono guardato indietro. Ancora nessuno. Ho attraversato di nuovo il bosco, ho ripercorso il lungofiume e quasi immediatamente mi sono ritrovato nella mia camera d'albergo con ore di anticipo su un servizio che supponevo sarebbe stato lunghissimo. Per l’arrivo delle canoe c'era ancora molto tempo.

Sono tornato a letto, come se quella mattina non mi fossi nemmeno mai alzato.

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La foto è di Andras Kertesz

15.6.06

Il mondo è bello perché è vario

In contrasto al mio peana ad Amir Peretz, Gideon Samet su Haaretz di questa mattina fa impietosamente a pezzi il nuovo ministro della difesa. Chi sarà, tra me e lui, a non aver capito un cazzo?

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14.6.06

Know your chicken

Sorridi, sei sul TBLOGVale la pena di fare altre lodi ad Amir Peretz?

La "grande speranza sefardita", il sindacalista duro e puro che molti temevano avrebbe portato Haavodà troppo a sinistra.

L'attivista di Peace Now, paracadutato nella sorpresa generale al ministero della difesa.

Mentre Peretz si affacciava sulla scena, mi capitò di scrivere che la grande novità era che la sinistra laburista, riprendendo la bandiera sociale, cessava di identificare "più di sinistra" come "più colomba", cioè con la china che ha portato tutti i nuovi immigrati tra le braccia del Likud. E il Labour al declino e alla marginalità politica.

A questo atteggiamento realista, né da falco né da colomba, ha certamente contribuito l'origine marocchina di Peretz, cioè l'appartenenza a una comunità che ha conosciuto la vita sotto i regimi arabi, ne conosce la mentalità, è meno disposta ad inutili giri di valzer sotto i riflettori, che vengono costantemente e disastrosamente intesi in modo opposto dalle controparti.

Essendoci cresciuto in mezzo, Peretz sa che nella cultura araba le parole, le affermazioni, le dichiarazioni di intenti hanno un codice espressivo preciso. "Io farò", non significa nulla.
Un impegno non è un impegno se non viene ribadito, sottolineato, ripetuto, rilanciato, risottolineato con corollario.

Ed è quello che Peretz ha fatto giovedì, non solo dicendo che Israele non avrebbe più accettato il lancio di razzi su Sderot, una città che si avvia a diventare fantasma. Ma che il tempo della tolleranza era finito, esaurito, concluso. Non l'ha solo detto, così. Ha precisato che l'IDF era pronta a lanciare operazioni su larga scala per reinvadere parte di Gaza e disarticolare il potere di Hamas. E non l'ha solo pronuncito davanti a un microfono. L'ha fatto sapere per canali riservati ai papaveri di Hamas, si è accertato che il messaggio arrivasse a destinazione in tutta la sua ricchezza e nella più viva chiarezza.

Hamas ha testato il messaggio e i razzi sono partiti lo stesso. L'IDF ha risposto con l'artiglieria. L'incidente della spiaggia è tragico e niente affatto chiaro. Esiste una robusta possibilità che sia stato causato da una mina palestinese e non dal fuoco israeliano, come illustra questo resoconto di HaAretz (il migliore pubblicato fino ad ora) Ma comunque siano andate le cose, certo Peretz non si è fatto intimidire da minacce e proclami e ha continuato a colpire i lanciatori sia dal cielo che da terra, anche a costo di provocare altre vittime. E soprattutto, ha continuato ad affermare (e dimostrare) che nessun incidente, per tragico che fosse, avrebbe fermato l'IDF dal compiere il suo dovere di fermare gli attacchi sul proprio territorio.

A questo punto i razzi, per la prima volta in questi mesi si sono fermati.

[Ecco la notizia da Haaretz]

A fermarli, non è stata la violenza della risposta, che non è inedita. E' stata la chiarezza cristallina, addirittura ridondante, del messaggio lanciato da Peretz alla controparte palestinese. Un messaggio lanciato da uno che conosce i suoi polli.

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12.6.06

Gaza, massacri, mostri, prime pagine



Talvolta basta poco per costruire un mostro.

Il mostro che spara cannonate a sangue freddo su una spiaggia affollata, dove i cittadini di Gaza stanno cercando ristoro dal caldo di in un giorno di festa.

Per decidere chi e come ha sterminato un'intera famiglia, lasciando solo un bambino piangente sul corpo del padre è bastato un lancio del "Palestinian Centre for Human Rights": una nave da guerra israeliana che spara sette colpi consecutivi in mezzo alla folla.

Si commenta, si condanna, ci si indigna.
Si scrivono articoli sul Guardian, sull'Indipendent. Naturalmente su Repubblica, La Stampa... (inutile dar conto dello Straccio®, dove per pubblicare di queste cose non è strettamente necessario che sia successo qualcosa). Si almanacca sulla fabbricazione italiana del cannone navale.

Poco importa che a gettare qualche prima ombra sulla credibilità del report ci sia il modo stesso in cui vengono definite le forze di difesa israeliane dal lancio del PCHR "Forze di Occupazione Israeliane"

Poco importa che ci siano quasi venti minuti di differenza tra il momento in cui il PHCR denuncia che sarebbe avvenuta la strage e il momento in cui l'esplosione è effettivamente avvenuta. Poco importa che le immagini della nave che spara fossero di un momento molto precedente l'esplosione e che nel frattempo, il tipo di ferite e altre prove abbiano permesso di escludere la responsabilità della nave.

Dev'essere allora fuoco di artiglieria.

E poco importa che l'esplosione sia avvenuta circa dieci minuti dopo il cessate il fuoco d'artiglieria contro i lanci di Qassam (cfr. il comandante del quadrante Sud Yo'av Gallant).

Poco importa che Amir Peretz, leader del labour, attivista di Peace Now, l'eroe di sinistra di quella stessa opinione che reclamava un cambio dalla gestione militarista del governo Sharon (sì, quell'Amir Peretz che nel frattempo è diventato ministro della difesa), chieda sin da venerdì di aspettare ad emettere giudizi, visto che dalle prime indagini sembra che la responsabilità israeliana nella strage non sia affatto sicura (cfr. Haaretz di venerdì)

Poco importa che, se la nave non è stata e se la responsabilità fosse dell'artiglieria manchino ancora all'appello un cratere da 155 e i resti degli shrapnel (la propaganda palestinese ha mostrato ampie immagine dei cadaveri insanguinati, ma nessuna delle consuete "evidenze" di cui operatori e giornali vanno ghiotti). Poco importa che i miliziani armati siano arrivati sul posto prima della polizia. Poco importa che un ufficiale israeliano sostenga che esistono immagini di una piattaforma di Qassam che si inclina, ed esplode causando la detonazione di una pila di razzi esplosivi destinati ad Ashkelon. Poco importa anche che i palestinesi si rifiutino di cooperare alle indagini.

Poco importa che per Occam la possibilità che la strage sia stata causata da un colpo di artiglieria IDF finito fuori bersaglio oppure da un Qassam finito fuori rotta siano ancora equivalenti (e questo senza voler nemmeno considerare le ipotesi complottiste della strage autoinflitta).

No, pare che non importi un cazzo.
Quello che conta è che ci siano molte prime pagine e un mostro troppo lungamente atteso, dopo un ritiro e mesi di bombardamenti condotti da dietro lo scudo dei civili, ma infruttuosi nel produrre la desiderata strage di innocenti.

Poco importa cosa è successo. L'importante è che sia successo.

Per chi non si accontenta:

Ecco un report molto equilibrato sui possibili scenari, di Yediot Aharonot.

Ecco un pezzo che sostiene, con molta vis polemica e qualche argomento, la responsabilità palestinese. Da Israel News Agency.

Il debugging del report del POHR, la fonte della stragrande maggioranza degli articoli di stampa che hanno immediatamente condannato Israele

Come la propaganda palestinese ha addossato la responsabilità ad Israele. Da Arutz Sheva.


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La foto è di ......

23.2.06

Carlo Ginzburg su Pasque di Sangue

Dal CORRIERE della SERA del 23 febbraio 2007, un intervento dello storico Carlo Ginzburg sul libro di Ariel Toaff "Pasque di sangue":

Le accese discussioni suscitate dal libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue, continuano, ma concentrate su un unico punto: la decisione dell'autore di ritirare la propria opera dal commercio. Del libro non si parla più. Ma le due questioni vanno tenute distinte. Lo fa anche, nel suo comunicato, l'Associazione Il Mulino, dichiarando che «al di là del giudizio di merito che solo la comunità scientifica ha il compito di formulare... non può esimersi dal manifestare il più netto rifiuto degli appelli alla censura e delle espressioni di linciaggio morale che sono state indirizzate all'autore».
Personalmente ritengo che chi ha condannato il libro di Toaff prima di averlo letto abbia fatto un gesto stupidamente intollerante. Ma il ritiro del libro voluto dall'autore, che si è ritenuto travisato dai recensori, non può certo essere paragonato ai roghi di libri degli inquisitori e dei nazisti evocati da Franco Cardini sull'Avvenire (16 febbraio). «Un libro ritirato dal commercio, a pochi giorni dalla sua uscita, equivale a un libro distrutto. A un libro bruciato», ha scritto Cardini. Non è vero. La prima tiratura (ne ignoro la consistenza) è andata subito esaurita, acquistata da privati e da biblioteche. Un libro pubblicato è di per sé un oggetto pubblico. La sua sconfessione, a quanto pare solo parziale, da parte dell'autore non può impedire agli studiosi di continuare a discuterlo.
Nel 1914 La Civiltà cattolica
pubblicò un lungo articolo su un processo che si era svolto l'anno prima nella Russia zarista, a Kiev.
Un bambino di dodici anni era stato torturato e ucciso; un ebreo era stato accusato e portato in tribunale; il processo aveva suscitato una vasta eco in tutto il mondo. Da più parti si era parlato di omicidio rituale: la consuetudine infame, di cui gli ebrei erano stati accusati periodicamente fin dal Medioevo, di impastare il pane azzimo preparato alla vigilia di Pasqua con il sangue di bambini cristiani uccisi. Il processo si era concluso con un'assoluzione. La Civiltà cattolica
prendeva atto a malincuore della sentenza, ma ribadiva che essa non scalfiva affatto l'esistenza di omicidi rituali dettati dal «fanatismo religioso» ebraico: «quel fanatismo è la sola spiegazione che si possa dare di un delitto così caratteristico, così esclusivamente loro proprio ( degli ebrei) ». Qualche altro ebreo era certamente colpevole, così come lo erano gli ebrei in generale.
Convinzioni incrollabili come quelle esibite dall'articolista della Civiltà cattolica costarono, nel corso dei secoli, la vita a moltissimi innocenti. Ma si trattava poi sempre di innocenti? Nel suo libro Ariel Toaff, professore all'università israeliana di Bar-Ilan, si è posto questa domanda: e ha risposto sostenendo che in qualche caso le accuse di omicidio rituale erano fondate. Questa tesi stupefacente ha suscitato un gran numero di commenti, generalmente assai critici: ricordo in particolare quelli, stringenti, di Adriano Prosperi sulla
Repubblica e di Anna Esposito e Diego Quaglioni su queste pagine. A questi interventi aggiungo il mio. Esso è dettato da motivi anche (ma non solo, ovviamente) personali. Alla fine della sua prefazione Ariel Toaff dichiara di aver letto i documenti sugli omicidi rituali ispirandosi a un principio di metodo che aveva ispirato molti anni fa una mia ricerca sullo stereotipo del sabba stregonesco ( Storia notturna, 1989). Si tratta di un richiamo abusivo: Ariel Toaff ha seguito una via completamente diversa dalla mia. Ma il confronto tra le due vie è illuminante perché mostra con quali criteri egli abbia letto i documenti.
Nel passo citato da Ariel Toaff io sostenevo che nei processi di stregoneria uomini e donne, sottoposti a tortura e a pressioni psicologiche, finivano molto spesso con l'introiettare stereotipi ostili suggeriti dai giudici. Quando però ci imbattiamo in una divergenza tra le dichiarazioni degli imputati e le aspettative dei giudici possiamo dire di trovarci di fronte a «frammenti relativamente immuni da deformazioni della cultura che la persecuzione si proponeva di cancellare». Più avanti precisavo che questi frammenti potevano riferirsi sia a miti, sia a riti: e optavo, riguardo al sabba stregonesco, per la prima alternativa. Nella prefazione al suo libro Ariel Toaff ha richiamato implicitamente questa distinzione aderendo all'alternativa opposta: «Volendo... concludere che gli omicidi, celebrati nel rito di Pasqua, non fossero soltanto miti, cioè credenze religiose diffuse e strutturate in maniera coerente, ma piuttosto riti effettivi propri di gruppi organizzati e forme di culto realmente praticate, saremo chiamati a una doverosa prudenza metodologica» (pp. 12-13).
Di questa doverosa prudenza Ariel Toaff si è dimenticato subito. In alcuni casi, egli ha scritto, è possibile arrivare a «riscontri obbiettivi», come nei processi celebrati a Endingen in Alsazia nel 1470. Ma poi si scopre che questi riscontri riguardano soltanto i «significativi particolari sulle cerimonie religiose in cui ( gli imputati) intendevano impiegare il sangue che si erano procurati» (p. 78). In altre parole, gli ebrei sottoposti a tortura confessavano quello che i giudici cercavano, ossia il racconto degli omicidi rituali: tra le aspettative dei giudici e le risposte degli imputati non c'era, su questo punto, divergenza alcuna. Ma quei racconti venivano inseriti in descrizioni di cerimonie familiari agli imputati come, prevedibilmente, la Pasqua ebraica. Per Ariel Toaff l'autenticità di queste descrizioni costituisce un «riscontro puntuale» dalle conseguenze imprevedibili: «proprio i riscontri puntuali, posti in luce almeno per una parte di quelle testimonianze, dovrebbero indurci a non squalificare aprioristicamente e senza persuasive giustificazioni, la realtà, magari esagerata o travisata, di eventi sui quali non siamo ancora riusciti a ottenere i riscontri necessari» (p. 79). «Ancora», ma per poco. Basta voltare pagina e i riscontri, anzi i «precisi riscontri», saltano fuori. Parlando degli ebrei mandati al rogo a Landshut attorno al 1440 Ariel Toaff scrive che «sia l'infanticidio di Landshut che il successivo massacro degli ebrei trovano precisi riscontri nei documenti dell'epoca» (p. 90). Ma che cosa c'entra tutto ciò con la presunta partecipazione degli ebrei agli omicidi rituali? Come si fa ad estendere l'autenticità di circostanze marginali (o ovvie, come quella sul massacro degli ebrei) al punto centrale, e controverso, su cui si concentravano le pressioni, fisiche e psicologiche, dei giudici? Giudici che condividano quest'idea di riscontro farebbero paura a chiunque — Ariel Toaff compreso, immagino. È pur vero che questo cumulo di illogicità e di strafalcioni è stato salutato con entusiasmo da Franco Cardini: «una ricerca storica metodologicamente esemplare...
un atto di onestà intellettuale» ( Avvenire, 7 febbraio). «Magnifico libro di storia» aveva esclamato Sergio Luzzatto su queste pagine. Ma per fortuna gli studiosi hanno scritto di questo libro quello che simerita.
Il procedimento per contagio che ho appena descritto dilaga a proposito dei processi celebrati a Trento nel 1475, ai quali è dedicata la maggior parte del libro. Un gruppo di ebrei confessarono sotto tortura di aver ucciso un bambino di due anni, Simonino. Ariel Toaff si chiede «se quelle descrizioni o quei resoconti, estorti con la tortura, fossero autentici e reali o piuttosto costituissero il frutto delle pressioni suggestive degli inquisitori». La risposta si snoda in due tempi: anzitutto, le confessioni vengono spogliate «dell'elemento più problematico, costituito dall'ammissione dell'uso del sangue del bambino cristiano, sciolto nel vino e mescolato all'impasto delle azzime» (p. 163). Poi si esaminano le descrizioni della Pasqua ebraica contenute nelle confessioni degli imputati. Esse, conclude Ariel Toaff, «si rivelano precise e veritiere. A parte i particolari sull'uso del sangue nel vino e nelle azzime, di cui parleremo in seguito e il cui sporadico inserimento nel testo non vale a modificare il quadro generale, i riscontri sono sempre puntuali» (p. 170). Ancora una volta l'autenticità delle descrizioni della Pasqua ebraica rese da ebrei dimostrerebbe la veridicità delle confessioni sull'omicidio rituale. In particolare, la presenza di elementi anticristiani nel rituale descritto, sotto tortura, dagli imputati sarebbe un «riscontro» che dimostrerebbe la colpevolezza degli imputati. L'esistenza di eventi specifici viene provata sulla base di un contesto culturale generico: un'assurdità che salta agli occhi.
Che un tema così grave sia stato affrontato con tanta superficiale irresponsabilità lascia sgomenti. Eppure un libro come questo ha trovato un editore (che si credeva rispettabile) e degli estimatori. Naturalmente nessuno discute il diritto di scrivere, pubblicare o lodare un libro pessimo: ognuno è responsabile delle proprie scelte. Certo, questa mancanza di discernimento critico (per non parlar d'altro) è penosa. A che cosa attribuirla? In qualche caso s'intravede la seduzione del rumore mediatico, che è per molti irresistibile. Ma forse dietro la disponibilità a prendere per buone le confessioni degli ebrei accusati di omicidio rituale agisce un elemento più oscuro: la convinzione strisciante che la tortura (una pratica percepita come diffusa, inevitabile, in fondo normale) sia una via per arrivare alla verità. Qualche volta la sordità morale e quella intellettuale s'intrecciano, rafforzandosi a vicenda.




Diario di lettura: puntate precedenti
Guida alla lettura di Pasque di Sangue
Guida alla non lettura di Pasque di Sangue

22.2.06

Toaff: la solidarietà della Morgantini

20 Febbraio 2007

Caro Direttore,

ritengo davvero preoccupante il clima da caccia alle streghe che si è dispiegato nei confronti di Ariel Toaff autore del libro Pasqua di Sangue. I ricatti e le accuse giunti all’autore da parte di gruppi e associazioni ma anche dal padre, lo hanno indotto a ritirarne la pubblicazione. Eppure, gli episodi descritti dalla sua ricerca su omicidi rituali avvenuti tra il XII e XVI secolo non venivano ascritti agli ebrei in generale ma solo a quasi inesistenti gruppi di ebrei askenaziti.



Non c’è niente di peggiore di questo fondamentalismo che non permette nessuna critica o persino verità storica.



Anche Hannah Arendt quando osò, nel suo scritto tradotto in Italia con “La banalità del male”, mettere in discussione il processo e la sentenza su il criminale nazista Eichmann, venne letteralmente assalita di insulti e accusata “di difendere la Gestapo e di calunniare le vittime ebraiche”. Gli amici la abbandonarono, l’ ostracismo arrivò da tutte le parti e lei restò ammutolita senza il coraggio di rispondere ma non ritirò il suo libro.



Del resto le stesse intimidazioni e ostracismi vengono fatti anche a chi, pur sostenendo lo Stato d’Israele, critica il mancato rispetto della legalità internazionale da parte dei diversi governi Israeliani con l’ occupazione militare dei territori palestinesi che dura ormai dal 67, la continua annessione territoriale con l’espansione delle colonie e la costruzione del muro. Ne sanno qualcosa persino quegli israeliani come Ilan Pappe o Nurit Peled che osano scrivere delle politiche coloniali e razziste praticate quotidianamente nei territori occupati.



Mi dispiace molto per Ariel Toaff che ha dovuto subire tanta umiliazione, mi auguro che tutti possano leggere la sua ricerca e gli storici saperne anche criticare i contenuti senza essere messi alla berlina da nessuno.



Cordiali saluti,



Luisa Morgantini

Vice Presidente del Parlamento Europeo

19.2.06

Kennet Stow su "Pasque di Sangue"

2-19-07

Blood Libel: Ariel Toaff's Perplexing Book

By Kenneth Stow

Mr. Stow, the editor of Jewish History, is Professor Emeritus of Jewish History at the University of Haifa.

A week after its publication, Ariel Toaff has withdrawn his Pasque di sangue (in English: Bloody Passovers: The Jews of Europe and Ritual Murders) from circulation. Hopefully this will elegantly end an unfortunate episode. The book’s thesis is unambiguous: Jews crucified Christian children and used their blood ritually. The author’s disclaimers, like that which appears in a recent article in the Chronicle of Higher Education, are unpersuasive. The argumentation of the thesis is also elusive.

Discussions of the negativity Jews expressed about Christianity during the festivals of Purim and Passover and the prominence of blood-imagery in especially Passover rituals (chapters ten and eleven) are followed by the opening words to chapter twelve, which say: “The use of the blood of Christian children in the celebration of Passover was apparently framed by precise rules, or at least this is what the depositions in the Trent trial indicate." Mere juxtaposition—of itself, and by itself: abstract imagery morphing into “acting out”—is at once the totality of the “proof” brought to suggest Jews committed ritual murder, as well as its vague disclaimer, found in the words "or at least." But, as it proceeds, the book neglects its disclaimer, recasting as unimpeachable the confessions made by the Jews tried for the (supposed) murder of the child Simone at Trent in 1475. The reader is equally to accept as true the tale of a Christian boy allegedly murdered by Jews in 415, although the sole teller is the Church historian, Socrates, no more reliable than his counterpart who wrote that during the Persian conquest of Jerusalem in 611 C.E., the Jews murdered 50,000 Christians. An article based on such evidence would be rejected by the journal I have been editing for twenty years, Jewish History, as methodologically flawed.

To disparage this book is not, as some have suggested, to challenge academic freedom. It is to decry bad historiographical method. The question is not whether historians have the right to assess the veracity of ritual murder charges, but whether their arguments must adhere to generally agreed rules of historical reasoning. Here, the rules were plainly ignored. Toaff, professor of medieval and Renaissance history at Israel's Bar-Ilan University, chose to put his uncritical trust in the literal words of Christian chroniclers, court notaries, and tendentious modern polemicists. In particularly in its final chapters, his book glides from images of martyrdom found in Hebrew Crusade chronicles, alongside maledictions of Christianity in the mouths of exhausted and many times massacred Ashkenazic Jews, to the supposed reality of ritual murder, framed as vendetta. And he does so on the sole basis of the appearance of these images and maledictions in the depictions of Simone’s death elicited by torture from the accused. More likely, as I see it, the accused were recasting older imagery as a real event in order to satisfy their tormentors. Jews, no doubt, had also imbibed what Christians were saying, which they may well have regurgitated when “put to the question.” Under duress, their mentality may have come to gibe with that of their prosecutors.

Toaff might at least have raised these possibilities, but he never does. For this would have meant abandoning a narrative mode which, as it is now, is but a skein of speculations offered as self-evident truth by an omniscient author. It is this totally self-confident narrative that makes this book so treacherous. The tale is told as though its author were vouchsafed with the “truth.” The passage from the verifiable to the hypothetical is completely unmarked. And it is for this reason that the book wreaks such havoc, of itself, for what it says, on the author, and no less on its publisher Il Mulino.

What the book never confronts is the other side of the coin, to query whether charges of ritual murder, blood libels, or host desecration were intrinsic to Christian discourse, regardless of Jewish actions. A short time ago, Bernard Joassart, head of the Bollandists, the Jesuit students and collectors of Saints Lives in Antwerp, wrote me, saying: "Cette affaire du meurtre rituel a traîné longuement dans la conscience catholique - et je ne suis pas sûr que tous ont révisé leur jugement." Joassart was following in the path of Bollandist predecessors like Hippolyte Delehaye (Joassart is also Delehaye’s biographer), Francois Halkin, and Francois Van Ortroy, who nearly a century ago described ritual murder and blood libels as inanité. Embroiling himself with Jesuit authorities in Rome, who, at that time, were touting ritual murder libels, Van Ortroy wrote a scathing review denouncing G. Divina’s 1902 Storia del Beato Simone (the title says all), which calls the charge of killing Simon of Trent in 1475 true. Yet it is precisely Divina, together with Benedetto Bonelli’s, Dissertazione apologetica sul martirio del beato Simone da Trento of 1747, whom Toaff repeatedly cites, far more, in fact, than the trial records themselves (condemned in their own day by the Dominican legate Bishop Battista de’ Giudici and seconded, if indirectly, by the then Franciscan Pope Sixtus IV) to prove that ritual murders actually took place. Toaff thus finds himself squarely on the side of Van Ortroy’s arch-conservative opponents (as he could have known from my recent Jewish Dogs: An Image and Its Interpreters [Stanford, 2006], which he cites in his notes).

Alas, ritual murder, blood libel, and host libel charges have been integral to ecclesiology from the earliest. The story of the Jewish boy of Bourges, whose father threw him into a furnace rather than letting him take communion was being told already in the mid-sixth century. The boy stands for the Eucharist, just as in like fashion, Werner of Oberwessel, said to have been martyred in 1287, was identified with the corpus verum (the Eucharist), the corpus mysticum (the church), as well as with Christ’s real person (Acta Sanctorum, April 2: 699-700). The purpose of the charges was to demonstrate the Eucharist’s unassailability, even when it was being pursued by those whom first John Chrysostom (fourth century) and eventually Pius IX (nineteenth century) called “Jewish Dogs,” who were said to be bent on defiling the Corpus Christi in all its religious and social forms. As put by the chronicler William of Breton (d. 1223), each year the Jews immolabant et communicabant, they sacrificed and—literally—took communion with the heart of (that surrogate Eucharist) a Christian boy. This idea, moreover, Breton continues, was commonplace in the Capetian palace about 1179, four centuries before Trent. Nor was it something wrung out of a Jew through torture. Indeed, tales of ritual murder are often essentially a collection of topoi, with only the purported vicitm’s name, the place, and date changed. And as Miri Rubin explains in her Gentile Tales: The Narrative Assault on Late Medieval Jews (New Haven, 1999), these tales, which she calls useful tales of exemplification, confer legitimacy—and legitimize Christian response.

If, then, these accusations could develop out of Christian need—and without Jewish input—why should we believe ritual murder actually occurred? Thomas of Monmouth’s account of William of Norwich, for one, is a later concoction, out of thin air. Yet Toaff treats Thomas’s “facts” as real, just as he never bothers to say that the 1329 murder charge in Savoy was rejected as folly by Christian judges. Toaff would have us believe that the specific charge of mixing blood in the haroset (the fruit and nut mix eaten on Passover to recall the mortar Jewish slaves used in Egypt) was true. He is also distracted by his inexplicable sub-theme that all “deviant” Jewish behavior was of Ashkenazi origin—Jews from German regions—as were the Jews in Trent in 1475. However, the custom of eating haroset on lettuce, as was charged at Savoy, is sefardi and italqi. Ashkenazim accompany haroset with horse-raddish. The late Isadore Twersky whom Toaff cites to show Ashkenazim were haughty, said the same of Spanish rabbis, whereas Italians freely absorbed from all Jewish traditions (Italia Judaica I, Rome, 1983, pp. 390-391).

Also perturbing are the constant references to practical (magical) kabbalah, which was more typical of the late seventeenth and eighteenth centuries, as indeed are the origins of most works of this nature that Toaff cites. Earlier references to Jewish magic, treated as reliable, often come from the writings of Bishop Hinderbach of Trent, the chief antagonist in 1475. In citing Hinderbach in this context, Toaff’s method reminds us of the original seventeenth century Bollandists (as opposed to their twentieth century heirs), who strove to validate the chronology of their sources, but failed to ask whether what the sources said was true. Yet Pasque di Sangue can also be disingenuous. Toaff brings legitimate sources on the use of animal blood for medicinal purposes, which he then melds (sia animale che umano, p.103) with supposed confessions about the need for human blood. But these confessions are reported at a distance, and once again by drawing on Bonfelli and Divina, as well as the fifteenth century Franciscan Alfonso de Espina, whose Fortalitium fidei against Jews makes hairs stand on end.

Ultimately, Pasque di Sangue comes across as the product of deliberate imagination rather than reasoned historical thought. To correct the book, as Toaff proposes, would mean to phrase the whole hypothetically and to discard a raft of tendentious (especially secondary) sources, leaving the book with essentially nothing to say. A pity, for Toaff’s materials could have led to a master book about beliefs and their reception, for which a starting point could have been chapter ten, which discusses Christian and Jewish attitudes toward blood. As its stands now, Pasque di Sangue is full of “sound and fury.” It signifies nothing more.


18.2.06

Some thoughts sul libro di Ariel Toaff "Pasque di Sangue"

Haifa University - Department of Jewish History
On reading of Toaff’s Pasque di Sangue

Some thoughts

The myth of ritual murder, tied to the blood libel, the actual use of blood, and tied, once more, to the accusation of stealing the Host for magical and other purposes is demonstrably a product of a medieval Christian world which saw the Jew as competing to reclaim the legacy of being God’s chosen, which Christianity had claimed for itself. The way to prove the rightful possession of the mantle was by claiming that the allegedly rejected other, the Jew, in the Christian’s case, was an agent of impurity and its transfer. In specific terms going back to John Chrysostom in the late fourth century, the Jew was the Dog, who sought to steal the bread that belonged rightfully to the children, the bread in question being the Eucharistic one of Matthew 15:26, the verse Chrysostom was parsing as he spoke these words. [a] The Jews’ touch, contact, common dining said Agobard of Lyons, create pollution, and the Christian who has done these things not only receives the Eucharist in a state of impurity, but passes it on. Hence, Innocent III had Jews wear special garb for special distinction. It was he who made the Eucharist mandatory annually for all.

The image of the dog appears in the physician Tiberino’s account of the death of Simon of Trent. When Simon was brought in to be tortured, he wrote, the Jews assembled began ululare, to bark, the same word used constantly in Latin texts to describe Jewish prayer. When the ghetto was opened in 1871, Pius IX wrote that he now heard the Jews latrare per le vie. Earlier, it was said of Philip II of France, about 1180, that he had heard that every year the Jews immolabant et communicabant, they sacrificed and took communion, literally, with the heart of a Jewish child. Werner of Oberwessel, whom also the Jews supposedly slew, was called simultaneously the corpus verum, the Eucharist, the corpus mysticum, the Church, and the real body of Christ,. Other stories use leather bags, water imagery (read baptism), and more to create a set of topoi that pass from one ritual murder story to another. A game played even today in Chile has children singing: Who stole the bread from the oven, and they respond themselves: The Jewish Dog.

There is some kind of need for these stories, not only to prove one’s purity and God’s choice, known theologically under the name of supersession, but out of a belief that Eucharistic martyrdom—and all martyrs have been likened to the Eucharist, regardless of their martyrdom’s origin—actually enhances Christ’s saving grace. This was said especially in the seventeenth century.

Is it any wonder, then, that reacting to these exaggerations and distortions, the Jesuit Petrus Browe about 1940, when asked whether there was any substantial proof for ritual murder and blood libels, replied succinctly, Nein? Another Jesuit, the student of Saints’ Lives Francois Halkin, about 1923, called the charge inanité.

But some people were not listening, are not listening. Websites like Holywar.org, whose most developed version is in Italian, reprints the worst texts of libels, while denying the Shoah in the process – and accusing both Pope John Paul II and Benedict XVI of 123 heresies. Blood libels and super Catholic fundamentalism go hand in hand. Mel Gibson’s film The Last Passion of Christ, carefully inspected, turns out to be a blood libel in reverse. Christ is reconstructed suffering much like the victim of blood libel stories, whipped, tortured, and profusely bled.

To find a book which, following the article in the Corriere della sera by Sergio Luzzatto (whoever he is, certainly no known expert on Jewish history), revives all the myth, including all the topoi that accompanied it, but under the title of even possible truth, is disturbing. That it is politically disturbing goes without saying. Judged by rigid historiographical canons, it is disturbing even the more. I have not read the book. I cannot say how Toaff uses his evidence. One thing, though, is certain. To debunk what one considers historical myth—in Toaff’s case, the belief that there never were ritual murders—one has to engage those so-called myths and prove they were that, that historians were obfuscating a clearly ugly truth. One has also to negate the claims of not-always-so-friendly medieval converts from Judaism to Christianity, who testified both before popes and emperors that Jews never use blood. And one has to explain why texts which outstanding scholars like Diego Quaglioni, one of today’s leading experts on medieval law, have judged to be the transcripts of a trial improperly carried on should be seen otherwise, as reporting the truth.

It is necessary also to explain why the Dominican Bishop Battista de’ Giudici took up the cudgels, right after 1475, to argue the trial at Trent was a railroad, putting his own life in danger. Not to mention that the then Franciscan Pope Sixtus IV issued a bull in 1478 with a most direct message that Jews were not to be harmed who lived peacefully, who did no evil against Christianity, which he clearly believed, following his legate’s advice, to have been the case at Trent, that the Jews were unjustly imprisoned, tortured, and horribly put to death.

The historian has to counter all this, using rigorous historical rules of evidence, in order to make a case that ritual murder was real, even one single instance of it. One cannot, moreover, mystify all this by pretending to some hitherto unknown Kabbalistic sect was responsible, raising up the specter of Kabbalah as sheer magic that it falsely acquired in later years, mostly through Christian practice of Kabbalistic ritual, or to be more precise, pseudo-kabbalistic ritual. Nor is the use of the term fundamentalist, as Luzzatto reports it, applicable at that time. All Jews, unless they fled the community, carefully observed Jewish rights; they had no choice.

We always hope for accurate historical study. About Toaff’s book, I must, just because I am a historian, reserve judgment till I have actually read it. At the same time, as one who has studied these issues for much time and in great depth, I fear for the worst: that a great perversion of the historian’s craft may be here at work.

Kenneth Stow

[a] Kenneth Stow, Jewish Dogs, An Image and Its Interpreters: Continuity in the Jewish Catholic Encounter. Stanford University Press, 2006.

16.2.06

Diego Quaglioni su "Pasque di Sangue"

http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=2&sez=120&id=19405

È sempre estremamente pericoloso voler leggere le fonti partendo da un preconcetto, perché questo è destinato a condizionarne la comprensione e a falsarne il significato; ed è proprio da un'idea precostituita che Ariel Toaff si è mosso nell'affrontare il tema dell'omicidio rituale imputato agli ebrei: un tema delicato, sia per l'uso che ne è stato fatto in passato, sia per l'effetto che può avere su un pubblico di non specialisti. Tutto il libro di Toaff ( Pasque di sangue. Ebrei d'Europa e omicidi rituali,
il Mulino) si basa su un preconcetto: il preconcetto della pregiudiziale acriticità della storiografia precedente nel ritenere priva di fondamento l'accusa di omicidio rituale. Gli studiosi che della questione si sono occupati, insomma, avrebbero ritenuto «a priori» l'omicidio rituale «un'infondata calunnia, espressione dell'ostilità della maggioranza cristiana nei confronti della minoranza ebraica».
Partendo da questo presupposto, l'autore ha riletto gli atti dei processi agli ebrei di Trento del 1475, il «caso» che presenta la documentazione più ampia e che praticamente forma la trama su cui Toaff basa le sue affermazioni e cerca conferme alle sue tesi, senza tenere minimamente conto da una parte della natura di un processo inquisitorio, condotto da giudici secolari nella segretezza e nell'arbitrio, con l'uso sistematico della tortura e in assenza di ogni difesa, dall'altra del contesto in cui il processo fu celebrato. Non si può infatti ignorare che il processo coincise con la raccolta delle prove della santità del «martire» Simonino, santità fortemente voluta dal principe-vescovo Hinderbach e dagli uomini del suo entourage,
questi ultimi spesso testimoni agli interrogatori degli ebrei inquisiti e allo stesso tempo presenti alla registrazione dei miracoli del «beato Simonino». Si resta quindi interdetti nel notare una sostanziale incomprensione di queste circostanze nel libro di Toaff, che addirittura utilizza ampiamente e in modo del tutto acritico, inserendole addirittura fra le fonti, opere come quelle del Bonelli (1747) e del Divina (1902), scritte con lo scopo dichiarato di sostenere la causa della santità del Simonino e in cui la citazione di brani tratti dai documenti ha sempre la finalità di dimostrare la perfidia ebraica, il martirio del bambino e la sua santità.
Anche le pretese concordanze tra vicende e personaggi ricordati nelle deposizioni degli ebrei con fatti e persone realmente esistite, non formano certo prova della veridicità delle deposizioni, e non solo perché notizie di tal genere erano notoriamente ed ampiamente diffuse e quindi note sia agli imputati sia agli inquisitori. Tutto il processo di Trento risulta infatti viziato fin dal suo inizio dalla volontà dei giudici di provare ad ogni costo e, per loro stessa affermazione, anche contro le forme del diritto, che gli ebrei di tutta Europa erano meritevoli di sterminio perché ovunque essi erano dediti all'infanticidio rituale e al consumo del sangue cristiano.
Perciò il processo suscitò subito scandalo. Papa Sisto IV inviò a Trento un inquisitore domenicano, che al suo ritorno a Roma denunciò la falsità del processo contro gli ebrei «ingiustamente depredati e uccisi» e gli «inganni, frodi e macchinazioni» usati al solo scopo di avvalorare «credenze superstiziose» e d'inventarsi «miracoli straordinari». (Roba a cui potevano credere, egli scriveva, solo «donnicciole superstiziose, vecchie pettegole e frati questuanti»). « Commenta et fabulae », invenzioni e favole, « vulgi figmenta », invenzioni del popolino, che il domenicano considerava non un'ingiuria fatta agli ebrei, ma alla fede cristiana, « iniuria fidei christianae
». Gli stessi verbali che leggiamo oggi non sono gli originali, ma quelli che l'inquisitore del papa riteneva fossero stati riscritti di sana pianta per nascondere le atrocità commesse in un processo irregolare (nuovi documenti, di cui Toaff è certo a conoscenza, dimostrano che il vescovo di Trento e i suoi giudici erano perfettamente consci delle irregolarità e degli abusi procedurali).
Non vi è dubbio che Toaff, uno studioso che altre volte ha dato buona prova di sé nel campo degli studi sulla «cultura materiale», aveva tutto il diritto di rivedere criticamente la storiografia sull'omicidio rituale, ma non di improvvisarsi interprete di una documentazione che richiede qualche strumento in più di quelli che occorrono per comprendere il «mangiare alla giudia» in Italia dal Rinascimento all'età moderna. Prima di sostenere una tesi così paradossale su di un tema così complesso e delicato, avrebbe dovuto munirsi di prove concrete e incontrovertibili, delle quali il suo libro è invece del tutto privo.
La valutazione critica delle fonti, della loro attendibilità e importanza, è il primo compito della ricerca storica. Esistono a tale scopo criteri e norme di carattere generale, ma ogni ricerca necessita di particolari avvertenze critiche, che solo la «discrezione» dello studioso, il suo senso storico, gli possono suggerire. È la «discrezione», la capacità di discernimento dello storico a fargli avvertire ciò che può e ciò che non può rimanere dopo l'analisi critica del testo. Questo delicato strumento della critica storica sembra del tutto assente nel libro di Ariel Toaff, che si basa su una rude semplificazione dei criteri di giudizio e su una fede generalmente accordata a fonti di provata tendenziosità. Davvero il nostro raziocinio è così debole, il nostro giudizio storico così incerto, la nostra civiltà giuridica è così esaurita, da indurre a credere a confessioni estorte con la tortura e ratificate nel terrore di nuovi tormenti?
Il risultato, certamente non voluto ma nondimeno palese, è quello di una sorta di ritorno ad un'infanzia della storiografia, ad un'età precedente all'acquisto della «discrezione», della capacità di discernimento: un ritorno ad una lettura pre-critica delle fonti processuali. In un certo senso, Toaff poteva perfino risparmiarsi la fatica della scrittura: era sufficiente un'anastatica di certa letteratura apologetica di fine Ottocento.

12.2.06

Esposito e Quaglioni su: "Pasque di Sangue"

Esposito e Quaglioni. "Fede accordata a fonti di provata tendenziosità. Assenza di critica. Stesso metodo e conclusioni di certa libellistica apologetica del diciannovesimo secolo"

Anna Esposito e Diego Quaglioni hanno curato l'edizione critica dei verbali del processo agli ebrei di Trento del 1475, in seguito all'accusa di uccisione del piccolo Simonino.
Anna Esposito: storico del Rinascimento, Università La Sapienza - La Scheda
Diego Quaglioni: Storico del diritto, Preside della Facoltà di Giurisprudenza Università di Trento - La Scheda

Dal CORRIERE della SERA di 11/02/2007, a pag.37,un articolo Anna Esposito e Diego Quaglioni. Online grazie a Informazione Corretta

È sempre estremamente pericoloso voler leggere le fonti partendo da un preconcetto, perché questo è destinato a condizionarne la comprensione e a falsarne il significato; ed è proprio da un'idea precostituita che Ariel Toaff si è mosso nell'affrontare il tema dell'omicidio rituale imputato agli ebrei: un tema delicato, sia per l'uso che ne è stato fatto in passato, sia per l'effetto che può avere su un pubblico di non specialisti. Tutto il libro di Toaff ( Pasque di sangue. Ebrei d'Europa e omicidi rituali,
il Mulino) si basa su un preconcetto: il preconcetto della pregiudiziale acriticità della storiografia precedente nel ritenere priva di fondamento l'accusa di omicidio rituale. Gli studiosi che della questione si sono occupati, insomma, avrebbero ritenuto «a priori» l'omicidio rituale «un'infondata calunnia, espressione dell'ostilità della maggioranza cristiana nei confronti della minoranza ebraica».
Partendo da questo presupposto, l'autore ha riletto gli atti dei processi agli ebrei di Trento del 1475, il «caso» che presenta la documentazione più ampia e che praticamente forma la trama su cui Toaff basa le sue affermazioni e cerca conferme alle sue tesi, senza tenere minimamente conto da una parte della natura di un processo inquisitorio, condotto da giudici secolari nella segretezza e nell'arbitrio, con l'uso sistematico della tortura e in assenza di ogni difesa, dall'altra del contesto in cui il processo fu celebrato. Non si può infatti ignorare che il processo coincise con la raccolta delle prove della santità del «martire» Simonino, santità fortemente voluta dal principe-vescovo Hinderbach e dagli uomini del suo entourage,
questi ultimi spesso testimoni agli interrogatori degli ebrei inquisiti e allo stesso tempo presenti alla registrazione dei miracoli del «beato Simonino». Si resta quindi interdetti nel notare una sostanziale incomprensione di queste circostanze nel libro di Toaff, che addirittura utilizza ampiamente e in modo del tutto acritico, inserendole addirittura fra le fonti, opere come quelle del Bonelli (1747) e del Divina (1902), scritte con lo scopo dichiarato di sostenere la causa della santità del Simonino e in cui la citazione di brani tratti dai documenti ha sempre la finalità di dimostrare la perfidia ebraica, il martirio del bambino e la sua santità.
Anche le pretese concordanze tra vicende e personaggi ricordati nelle deposizioni degli ebrei con fatti e persone realmente esistite, non formano certo prova della veridicità delle deposizioni, e non solo perché notizie di tal genere erano notoriamente ed ampiamente diffuse e quindi note sia agli imputati sia agli inquisitori. Tutto il processo di Trento risulta infatti viziato fin dal suo inizio dalla volontà dei giudici di provare ad ogni costo e, per loro stessa affermazione, anche contro le forme del diritto, che gli ebrei di tutta Europa erano meritevoli di sterminio perché ovunque essi erano dediti all'infanticidio rituale e al consumo del sangue cristiano.
Perciò il processo suscitò subito scandalo. Papa Sisto IV inviò a Trento un inquisitore domenicano, che al suo ritorno a Roma denunciò la falsità del processo contro gli ebrei «ingiustamente depredati e uccisi» e gli «inganni, frodi e macchinazioni» usati al solo scopo di avvalorare «credenze superstiziose» e d'inventarsi «miracoli straordinari». (Roba a cui potevano credere, egli scriveva, solo «donnicciole superstiziose, vecchie pettegole e frati questuanti»). « Commenta et fabulae », invenzioni e favole, « vulgi figmenta », invenzioni del popolino, che il domenicano considerava non un'ingiuria fatta agli ebrei, ma alla fede cristiana, « iniuria fidei christianae
». Gli stessi verbali che leggiamo oggi non sono gli originali, ma quelli che l'inquisitore del papa riteneva fossero stati riscritti di sana pianta per nascondere le atrocità commesse in un processo irregolare (nuovi documenti, di cui Toaff è certo a conoscenza, dimostrano che il vescovo di Trento e i suoi giudici erano perfettamente consci delle irregolarità e degli abusi procedurali).
Non vi è dubbio che Toaff, uno studioso che altre volte ha dato buona prova di sé nel campo degli studi sulla «cultura materiale», aveva tutto il diritto di rivedere criticamente la storiografia sull'omicidio rituale, ma non di improvvisarsi interprete di una documentazione che richiede qualche strumento in più di quelli che occorrono per comprendere il «mangiare alla giudia» in Italia dal Rinascimento all'età moderna. Prima di sostenere una tesi così paradossale su di un tema così complesso e delicato, avrebbe dovuto munirsi di prove concrete e incontrovertibili, delle quali il suo libro è invece del tutto privo.
La valutazione critica delle fonti, della loro attendibilità e importanza, è il primo compito della ricerca storica. Esistono a tale scopo criteri e norme di carattere generale, ma ogni ricerca necessita di particolari avvertenze critiche, che solo la «discrezione» dello studioso, il suo senso storico, gli possono suggerire. È la «discrezione», la capacità di discernimento dello storico a fargli avvertire ciò che può e ciò che non può rimanere dopo l'analisi critica del testo. Questo delicato strumento della critica storica sembra del tutto assente nel libro di Ariel Toaff, che si basa su una rude semplificazione dei criteri di giudizio e su una fede generalmente accordata a fonti di provata tendenziosità. Davvero il nostro raziocinio è così debole, il nostro giudizio storico così incerto, la nostra civiltà giuridica è così esaurita, da indurre a credere a confessioni estorte con la tortura e ratificate nel terrore di nuovi tormenti?
Il risultato, certamente non voluto ma nondimeno palese, è quello di una sorta di ritorno ad un'infanzia della storiografia, ad un'età precedente all'acquisto della «discrezione», della capacità di discernimento: un ritorno ad una lettura pre-critica delle fonti processuali. In un certo senso, Toaff poteva perfino risparmiarsi la fatica della scrittura: era sufficiente un'anastatica di certa letteratura apologetica di fine Ottocento.