12.2.06

Anna Foa su: "Pasque di Sangue"

Anna Foa: "rovesciamento senza prove" "Il suo libro non sta in piedi dal punto di vista storiografico".


Anna Foa Storico del Rinascimento, professore di Storia Moderna Università La Sapienza, che si è occupata in particolare di processi alle streghe.
Scheda di Anna Foa

Di seguito, un'intervista di Roberto Beretta ad Anna Foa, pubblicata da AVVENIRE
del 9 febbraio Online Grazie a Informazione Corretta

E' stata pacata Anna Foa (su Repubblica di ieri), nella recensione alle Pasque di sangue del collega e correligionario Toaff, che tanto scalpore hanno suscitato ancor prima della loro uscita. «Non sembra proprio – scriveva la storica dell’università di Roma – che Ariel Toaff abbia trovato fonti che rovescino l’interpretazione tradizionale. Districarsi nella gran mole delle sue eruditissime note è arduo, ma quando ci si riesce si ha la sensazione di ritrovarsi con nulla di concreto in mano. Il suo libro è una reinterpretazione, basata sulla sua personale rilettura delle stesse fonti su cui gli storici si sono basati invece per respingere l’accusa».
Oggi, dopo aver letto le interviste in cui Toaff si paragona a Maimonide (il filosofo medievale ebreo condannato dai rabbini) e sostiene che il suo libro si riferisce a delitti rituali di «pochi estremisti» ebrei e «al massimo in uno o due casi», la signora è assai meno diplomatica: «Sì, i suoi interventi sui giornali mi hanno molto turbata. Toaff non è Maimonide. Il suo libro non sta in piedi dal punto di vista storiografico. Che poi nelle interviste abbia fatto marcia indietro non salva la situazione: altro che pochi casi, il suo studio parla di una situazione generale di sacrifici umani durata 4 secoli».
Ma che cosa non la convince nel lavoro del collega?
«Non mi convince il fatto che rovesci completamente l’interpretazione storiografica accreditata senza avere nessuna prova di sostegno. Ariel ha riletto le deposizioni al processo e dice che sono troppo concordanti per non essere vere; ma proprio noi storici abituati a lavorare su fonti giudiziarie così univoche sappiamo che un quadro del genere è indice di orientamento da parte di chi fa le domande, e dunque falsa la verità del documento; tra l’altro all’epoca gli interrogatori venivano fatti sotto tortura, metodo che a Trento è stato ampiamente usata».
D’accordo. Ma perché negare la possibilità che una frangia isolata, una «scheggia impazzita» dell’ebraismo abbia potuto uccidere un bambino?
«Certo che possiamo ipotizzarlo: uno o due casi di infanticidio figuriamoci se non possono essere avvenuti, né sostengo che gli ebrei siano immuni da delitti del genere (comunque questi pochi casi Toaff li tiri fuori, perché nel suo studio non ci sono...). Ma il libro non dice questo. Ritiene invece che per 4 secoli gli ebrei askhenaziti si siano dedicati all’omicidio nel quadro di una ritualità trasformata in odio contro i cristiani: una generalità d’usanza non provata da alcuna fonte».
Ma le sette ultra-ortodosse dei «cannaìn» (i «gelosi») citate da Toaff esistevano o no?
«Sono fenomeni comprovati molto poco e in ogni caso non a Trento; lo stesso Toaff confessa che lassù la comunità ebraica non era particolarmente osservante. E non porta nessuna prova neppure dal punto di vista delle dichiarazioni dei rabbini su fenomeni come le cosiddette "Pasque di sangue". La ritualità col sangue è assolutamente contraria a quella ebraica e Toaff non riporta nemmeno un’affermazione di rabbino che dica il contrario. Posso pensare che alcuni gruppi chiusi avessero così in odio i cristiani da decidere di reagire con violenza alle persecuzioni, ma ben altro conto è che ciò venga inserito in una ritualità ebraica: cosa che sarebbe assolutamente contraria alla norma. Quanto all’ipotesi di un commercio di sangue cristiano, la definirei allucinatoria».
Ma che cosa dice della reazione del mondo ebraico, forse eccessiva davanti a un testo che è comunque uno studio storico su fatti di 5 secoli fa?
«La mia recensione infatti è stata pacata e non di scomunica. Però capisco che il mondo ebraico – il quale ha vissuto l’accusa di infanticidio sulla sua pelle, sa che è stata usata da Hitler contro di lui, ha visto tante leggende del genere riemergere di tanto in tanto e con esiti molto tragici – abbia risposto all’articolo che annunciava il libro di Toaff con un’onda emotiva molto forte».
Ma allora significa che su certi fatti è meglio non indagare nemmeno, per non suscitare pericolose tentazioni?
«Forse è bene indagare senza sensazionalismi. Non emettere un libro che rovescia una storiografia consolidata senza avere nemmeno una prova per affermare la propria verità eterodossa».


Giacomo Todeschini su "Pasque di Sangue"

Giacomo Todeschini: "Un libro di storia mal fatto" "colpisce la totale disattenzione alla storiografia specifica"

Giacomo Todeschini Storico Medioevalista , professore ordinario, dipartimento di Storia e Storia dell'arte Università di Trieste Scheda e pubblicazioni alcuni suoi volumi.

La REPUBBLICA ospita la stroncatura dello storico Giacomo Todeschini (che Sorbi nella sua intervista accomuna a Toaff!) Online grazie a Informazione Corretta

Il nuovo libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue (edito da Il Mulino: ne ha parlato ieri su queste pagine Anna Foa), prima ancora di essere un libro facilmente utilizzabile da parte di chi oggi nega la differenza fra carnefici e vittime, di chi crede di equilibrare la storia dichiarando l´equivalente malvagità degli uni e delle altre, è un libro di storia mal fatto.
L´autore ritiene appropriato, è evidente da ogni capitolo e da ogni frase, restituire vita e colore alle vicende ebraiche medievali ripartendo dai processi per omicidio rituale intentati in Europa occidentale, dal dodicesimo secolo in avanti, contro varie comunità ebraiche, e di norma conclusi da condanne e stermini. Appare profonda la convinzione dell´autore che una ricostruzione retorica di passioni estreme, agguati, subdoli traffici, tentati avvelenamenti, fughe, torture e massacri, possa rendere avvincente la lettura del libro ad un pubblico assuefatto alle truculenze cinematografiche; analogamente da ogni riga affiora la convinzione storiograficamente assai pericolosa di una maggiore "leggibilità" della storia ebraica che rimandi, prendendoli sul serio, ai più triti e divulgati stereotipi antisemiti.
Meglio dunque che la storia in questione abbia protagonisti variopinti e psicologicamente semplici: avventurieri ebrei dediti a "loschi traffici", un "ingegnoso medico di Candia", un "giovane e bizzarro pittore", un rabbino tedesco circoncisore ("il Tagliatore"!), "pargoli" ebrei sottoposti alla "lama letale del coltello". E poi, perché no, cannibalismo, lebbra, suicidio, fiumi di sangue. La vita ebraica, diversamente da quanto avveniva in un precedente e bel libro dello stesso Autore sugli ebrei umbri, è dunque colta, nel momento del pericolo incombente e della minaccia di morte, come una vita collettiva più interessante perché minacciata, più affascinante perché incarnata da ignobili personaggi degni del più squallido fra i romanzi. Questi ebrei inferociti e minacciosi sono in grado, d´altra parte, secondo Ariel Toaff, di essere così spaventosi perché capaci, come la polemica antisemita di matrice cattolica sostiene a partire soprattutto dal XVIII secolo, di riassumere una vasta tradizione culturale anticristiana nell´ambito di pratiche religiose e rituali decisamente pericolose per l´ambiente maggioritario circostante.
Scrive Toaff che il mondo ebraico europeo occidentale era un mondo «chiuso in se stesso, impaurito e aggressivo verso l´esterno, spesso incapace di accettare le proprie dolorose esperienze e di superare le proprie contraddizioni ideologiche… Un mondo che, sopravvissuto ai massacri e alle conversioni forzate di uomini, donne e bambini, continuava a vivere traumaticamente quegli avvenimenti in uno sterile sforzo di capovolgerne i significati, riequilibrando e correggendo la storia».
Il linguaggio come sempre è indicativo, ed in questo caso rivela lo sforzo di tradurre in termini "laici", e contemporanei, la sommaria analisi dell´Ebraismo condotta tradizionalmente dall´apologetica antisemita desiderosa di far apparire i non-convertiti come dei disadattati con venature psicotiche. La retorica non riesce tuttavia a coprire le vistose lacune metodologiche e bibliografiche dell´opera. Tutto il volume è infatti fondato sulla rilettura non critica di fonti processuali cristiane, la cui logica è stata da tempo decodificata dagli storici.
È notissimo che gli interrogatori dei testi fra medioevo ed età moderna venivano verbalizzati secondo una logica discorsiva che normalmente attribuiva agli accusati, previamente sottoposti a tortura, discorsi e minuziose descrizioni enunciati in realtà dai giudici, sulla base più che di "prove" (il concetto stesso di prova era molto diverso da quello poi maturato nei secoli), di convinzioni a loro volta derivate da una sistematica cultura teologica. Era sufficiente un breve assenso dell´imputato al discorso inquisitorio, perché nel verbale risultasse una confessione di più pagine. D´altra parte, la volontà dell´autore di costruire una narrazione efficace, lo induce, oltre che appunto a dare un valore di verità a testimonianze notoriamente manipolate, a passare con disinvoltura da fonti storiche significative a livello ideologico e controversistico (come quelle che rimandano alle discussioni fra teologi ebrei e cristiani nel Medioevo) a fonti storiche locali come quelle che narrano secondo logiche apologetiche ed agiografiche le vicende di beatificazione di santi e beati, primo fra tutti Simonino di Trento.
Queste due tipologie di fonte storica sono connesse, spregiudicatamente, da interpretazioni libere e ingiustificate. Primeggia fra tutte l´idea, spesso ripetuta, che la rievocazione del sacrificio d´Isacco nel rituale pasquale ashkenazita sia la base del sacrificio dei fanciulli ebrei minacciati da conversioni forzate, e che, poi, fondi gli omicidi rituali. Passi dagli scritti del rabbino Efraim di Bonn vissuto alla fine del XII secolo, brani particolarmente tendenziosi dalla famigerata cronaca del processo contro gli ebrei di Trento pubblicata dal francescano Benedetto Bonelli nel 1747, il Toledot Yeshu, un testo ebraico precedente all´ottavo secolo, vengono pazientemente cuciti insieme per dimostrare la tesi dell´Autore, e cioè l´esistenza di una stretta relazione fra controversie teoriche ebraico-cristiane e aggressività ebraica anticristiana.
Complessivamente colpisce la totale disattenzione dell´autore alla storiografia specifica sulle varie questioni, ma soprattutto impressiona la sua indifferenza nei confronti dei numerosi studi dedicati da cinquant´anni a questa parte a ciò che dovrebbe essere al centro di un libro sul tema dell´omicidio rituale: e cioè l´elaborazione teologica e narrativa cristiana, sin dal II-III secolo, di stereotipi della diversità ebraica, sfocianti poi, dal XII secolo, in forza delle profonde trasformazioni economiche e politiche europee, nel mito dell´aggressività distruttiva di coloro che non appartenevano alla società dei cristiani.

Adriano Prosperi su "Pasque di Sangue"

"Nessun riscontro persuasivo"
"Buon teorico, pessimo seguace del metodo che propone"

Da REPUBBLICA di sabato 10 febbraio, riportiamo una recensione del libro di Toaff firmata da Adriano Prosperi, storico modernista dell'Università di Pisa: Online su Informazione Corretta

La scheda di Adriano Prosperi

La data del giorno della memoria è appena passata quando si deve aprire il dossier del cosiddetto "omicidio rituale"ebraico. Lo si fa con grande disagio. Ma due ragioni impongono che si torni a parlare di qualcosa che credevamo sepolto per sempre sotto gli orrori che ha prodotto e legittimato: la prima è che il libro esce in una autorevole collana di cultura storica; la seconda è che l´ipotesi che ci siano state delle "pasque di sangue" - sangue di bambini cristiani torturati e dissanguati – viene avanzata da uno storico che si chiama Toaff e che insegna in una università ebraica.
Immaginiamo che ci sia stata della sofferenza in uno storico ebreo davanti a una scoperta del genere e un conflitto interiore davanti al dovere professionale di non dire il falso e di non tacere niente del vero. Ma qui la sofferenza è cancellata dall´emozione di chi propone la madre di tutte le revisioni. La quarta di copertina strizza l´occhio al lettore: questo libro "affronta coraggiosamente uno dei temi più controversi nella storia degli ebrei d´Europa". Non si capisce bene dove sia il coraggio visto che la tesi qui sostenuta legittima le accuse dei vincitori e le persecuzioni dei vinti. E comunque non si tratta certo di un tema controverso. Non lo è per gli storici: nessuno storico degno di questo nome, almeno finora, ha mai dato corpo all´accusa dell´infanticidio rituale ebraico. Né lo è più da tempo per la Chiesa cattolica nel cui nome operarono i giudici dei processi contro gli ebrei. Lentamente ma con decisione, le anime dei bambini presunte vittime degli ebrei, elette alla gloria degli altari a furor di popolo, ne sono state ufficialmente fatte discendere.
Ma vediamolo questo libro. La prima sorpresa è che non ci sono documenti nuovi, solo un uso diverso delle fonti già note. La prova della sua tesi Toaff la trova nelle confessioni fatte dagli ebrei nei processi intentati a loro carico: qui, secondo lui, imputati diversi a distanza di tempo e di luogo non solo riferirono gli stessi particolari ma rivelarono anche qualcosa che solo gli ebrei potevano conoscere. Toaff non lo dice, ovviamente, ma la prima parte del suo argomento è identica a quello che dicevano secoli fa gli inquisitori, quando le accuse di infanticidio rituale passarono dagli ebrei alle streghe: la realtà del Sabba stregonesco emergeva secondo loro dalla perfetta sovrapponibilità delle confessioni delle imputate. La seconda partedell´argomento è dottamente argomentata con una citazione di Carlo Ginzburg: quando nei documenti della violenza dei persecutori si trovano frammenti della cultura perseguitata che non trovano riscontro in quella dei persecutori si apre uno spiraglio sull´autentica identità delle vittime. Il principio è buono e ha consentito a Ginzburg di rileggere in modo nuovo un grande problema storico. Ma Toaff, buon teorico, è un pessimo seguace del metodo che propone.
Il problema è semplice : è vero o no che nelle Pasque ebraiche veniva usato sangue cristiano procurato con infanticidi? Che gli imputati sottoposti a tortura lo ammettessero non è una prova, visto che questo era esattamente ciò che i giudici volevano far loro dichiarare. Bisogna cercare riscontri puntuali di quelle conoscenze segrete svelate a giudici ignari: e Toaff non ce ne offre nessuno che appaia persuasivo. Però almeno una volta annuncia trionfante di aver trovato i "precisi riscontri" di cui va in caccia. Vediamoli. Si tratta della testimonianza resa da Giovanni da Feltre, ebreo convertito, nel celebre processo trentino del 1475 per l´infanticidio del piccolo Simonino. Giovanni era figlio dell´ ebreo Sachetus, originario di Landshut, in Baviera, dove nel 1440 cinquantacinque ebrei erano statibruciati con l´accusa di aver ucciso un bambino. Giovanni , dopo aver tentato di schermirsi, finì col confessare che suo padre nel giorno della Pasqua ebraica era solito versare sangue del bambino cristiano nel suo vino e spargerlo sulla mensa maledicendo i cristiani; e aggiunse che tutti gli ebrei facevano così in segreto e che lui lo aveva visto e sentito. Questo documento, così importante per lui, Toaff lo cita di seconda mano. Se avesse avuto la pazienza di risalire all´ottima edizione che ne hanno fatto Anna Esposito e Diego Quaglioni avrebbe scoperto: 1) che Giovanni era in prigione per altro reato , per cui la sua testimonianza di uomo "infamatus" non era valida in giudizio. Chi se ne servì fece un abuso di potere e torchiò un uomo che aveva motivi forti per prestarsi alla volontà del potere; 2)che Giovanni non rivelò qualcosa che il giudice non conosceva, ma confermò colorendolo con qualche dettaglio ciò che il podestà gli aveva suggerito nella domanda verbalizzata in processo. Lasua testimonianza fu decisiva per mettere in moto la feroce macchinagiudiziaria.Ma quella testimonianza e l´intero processo furono giudicati nulli dalcommissario apostolico inviato da papa Sisto IV (perché quel processo trentino fu così abnorme da attirare l´attenzione di Roma). Le regole di procedura penale tenevano conto di qualcosa che in questo libro non risulta mai con la dovuta chiarezza: il terribile potere della tortura, mezzo capace di far confessare qualunque cosa a chiunque. Le norme imponevano che si ricorresse alla tortura solo in presenza di prove e testimonianze valide. Sarebbe come seoggi, scomparso per fortuna (ma a qual prezzo) il sospetto di infanticidio rituale contro gli ebrei ma sopravvivendo altre categorie sociali di diversi, i giudici torturassero gli zingari ogni volta che scompare un bambino. Invece nel 1475 il podestà di Trento, spinto dal vescovo-principe Hinderbach, sottopose gli ebrei trentini a torture violentissime in assenza di prove valide e poi assunse come prova le confessioni dei torturati. Subito dopo in quel drammatico scorcio del ‘400 ci fu un´epidemia di casi di presunti infanticidi edi violenze antiebraiche. L´Inquisizione spagnola nacque sull´onda delle emozioni antiebraiche per il caso di un "santo bambino". Ancor oggi nelle chiese spagnole, nonostante i divieti della Chiesa di Roma, capita di vedere venerati bambini crocifissi da ebrei. Ma di questi casi Toaff curiosamente non parla: e questo perché ha un suo paradigma interpretativo che attribuisce l´infanticidio e più in generale l´omicidio rituale non a tutti gli ebrei ma solo agli ashkenaziti. Quel mondo ebraico di area germanica, imbarbarito nei rituali e dominato da una superstiziosa fiducia negli usi terapeutici e magici del sangue, oltre che animato da odii più radicati nei confronti dellapopolazione cristiana, gli è sembrato il candidato giusto per l´originedell´infanticidio e per la sua diffusione fino nelle propaggini trentine e venete. Ma perché non ci dice che dal mondo germanico veniva anche il vescovo Hinderbach e che nella sua testa la convinzione della colpa degli ebrei era fissa fin da prima del processo? così fissa e stabile da andare in cerca in casa dell´imputato Samuele del coltello rituale del sacrificio e, non trovandolo, da accontentarsi di far confessare sotto tortura a Samuele che gli ebrei si erano irritualmente serviti di una tenaglia.
Resterebbe da dire del dubbio coniugio fra l´antropologia dei riti ebraici qui diffusamente esposta e la storia dei rapporti di potere e dei pogrom. Il modo di procedere del libro è come un gioco a carte truccate: le storie che le vittime raccontarono per saziare i carnefici sono prese per buone, ricucite con altre storie e amalgamate con abbondante salsa antropologica di storia dei rituali ebraici. Ma accostare pratiche rituali ebraiche più o meno connessecol sangue e ammissioni di infanticidi fatte da persone sotto tortura vuol dire costruire un castello senza fondamenta. Anche le streghe, eredi di quell´accusa inquisitoriale di infanticidio rituale già sperimentata contro gli ebrei confessarono ai giudici dell´Inquisizione (spesso perfino senza torture) di avere fatto morire bambini, di averli ritualmente mangiati, di avere maledettola croce e trescato col demonio. Per rendere credibili le confessioniraccontarono molti episodi e denunziarono persone reali come complici.Finché all´inizio del ‘600 un documento ufficiale del Sant´Uffizio romano ordinò che non si prestasse più fede né alle confessioni delle streghe pentite, per quanto circostanziati, né agli indizi di riti magici, né alle accuse delle popolazioni cristiane a proposito di presunti infanticidi: per procedere in via giudiziaria ci doveva essere il corpo del delitto, cioè la prova che i bambini erano stati effettivamente fatti morire dalle streghe con arti diaboliche. Così finì la storia del sabba stregonesco. Ben prima era entrato in crisi nella cultura dei giudici dell´Inquisizione anche quel paradigma dell´infanticidio rituale ebraico che ora salta fuori come uno scherzo carnevalescodi pessimo gusto. Arnaldo Momigliano diceva che, se uno storico sbaglia nell´uso delle fonti, ci pensano i colleghi a farglielo notare con la debita durezza. Però Momigliano non poteva prevedere che, cambiando i tempi, la critica storiografica venisse amministrata dai professori non dalla cattedra universitaria ma dalla redazione di un giornale o dallo studio di una televisione: con l´inevitabile dose difretta e – talvolta, ma non necessariamente – di cinismo che ne deriva.

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27.1.06

"Buone Notizie: Hamas ha vinto"

Sorridi, sei sul TBLOG

Ottolenghi su il riformista, riportato da Informazione Corretta. Analisi spietata e controcorrente. La vittoria di Hamas è per Ottolenghi una buona notizia, se non altro perché evita lo scenario peggiore: un Fatah dimezzato con una Hamas forte ma senza vere responsabilità, in grado di fare
politica con le milizie, mentre il governo si dichiara incapace di fermarla.

Ora Hamas è invece in una posizione impossibile. Non può più invocare l'estremismo e la guerra: deve praticarli oppure cambiare tutta la sua strategia. Ha tanto bisogno di una copertura "moderata" da incalzare che ha chiesto la collaborazione (rifiutata) di Fatah. Hamas è sola ed è in vetrina. Politica dell'ANP e Hamas sono ormai una sola cosa. Le milizie sono quelle del partito al governo. Non ci sono più né scuse né alibi. Questo per Ottolenghi.

Per me, invece, è assolutamente possibile che, allo scopo di tenere insieme tutto il possibile (relazioni, consenso, potere miliare) venga replicato quasi negli stessi termini il teatro di Arafat. Una leadership politica "moderata" che finge di dialogare, delle milizie estremiste che il governo "non riesce a tenere a freno", la "comunità internazionale" che finge di crederci. L'unica cosa certa è che la separazione unilaterale continua e deve continuare. E' l'unica opzione che appare avere un senso. Ma ritirarsi davanti ad Hamas è più difficile di prima.

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La foto è di Tina Modotti

E Israele va...

Sorridi, sei sul TBLOG

Dopo il voto palestinese, Kadima vola nei sondaggi.La minaccia di una ANP governata da Hamas spinge l'elettorato israeliano in direzione della... ragionevolezza. Kadima cresce ancora, fino a dominare la Knesset virtuale con 44 seggi. [leggi Yediot Aharonot]Stanca dell'occupazione, stanca di trattare con un partner evanescente, inafferrabile, inaffidabile, Israele marcia sempre più sicura verso la via della separazione unilaterale.

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La foto è di Elliott Erwitt

La chiarezza

Sorridi, sei sul TBLOG

La vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi dimostra in primo luogo che la magioranza di quel popolo sogna la distruzione dello Stato d'Israele. Questo conferma la diagnosi di Ariel Sharon, sintetizzata nella sua celebre formula secondo cui è dalla sicurezza che può nascere la pace, e non viceversa. La tesi populista secondo la quale i popoli sono naturalmente pacifici e sono soltanto i governi a puntare alla guerra ha dimostrato proprio nel caso palestinese tutta la sua natura retorica e inconsistente. [...]
E' in base a una considerazione realistica di questo quadro che Sharon ha scelto la via della sfida unilaterale del ritiro dalla striscia di Gaza, che metteva l'Autorità nazionale palestinese di fronte al dilemma tra combattere seriamente il partito armato di Hamas o soccombere. Quelli che attribuiscono a Israele, o all'america o persino all'Europa, la responsabilità di quello che è successo, non tengono conto dei dati reali della situazione. Non vedono o non vogliono vedere il carattere bellicoso del fondamentalismo islamico, che si espande a macchia d'olio quando non trova sulla sua strada avversari determinati. [...]
In questa situazione disastrosa c'è solo un elemento che può essere considerato positivo: la maggiore chiarezza. Ora è evidente che la pace in Medio Oriente, se mai ci sarà, sarà una pace tra nemici, che quindi potrà essere raggiunta solo in base a solidissime garanzie di sicurezza.

Sergio Soave sul Foglio di oggi. Inserto pag. 1

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26.1.06

Scontri istituzionali a Ramallah

A poche ore dalle anticipazioni dei risultati, il governo palestinese si dimette, ultrà di Hamas attaccano il parlamento palestinese di Ramallah, strappano la bandiera e alzano la bandiera verde. Scontri con i supporter di Al-Fatah, spari, feriti... [Leggi tutto da Arutz Sheva]

Aggiornamento: i feriti sono 13. La maggioranza di Fatah sembra decisa a declinare l'offerta di Hamas per un governo di unità nazionale. Si va verso il monocolore verde. [su yediot aharonot]

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Squadra che vince non cambia

Sorridi, sei sul TBLOG


Hamas sembra conquistare la maggioranza. [leggi yediot aharonot] Non ha intenzione di disarmare.
Al-Zahar sostiene che non cambierà una parola nello statuto di Hamas (un
pezzo di delirante antisemitismo religioso che meriterebbe di essere letto e diffuso) che prevede come programma la distruzione di Israele.
Israele deve trattare con un governo contenente Hamas?
Le intese hanno ancora qualche valore (ammesso che lo abbiano mai avuto)?
C'è chi dice che Abu Mazen, in caso di problemi, scioglierà il parlamento.
Ma comunque tutti i ragionamenti sulla volontà di pace e di accordo che sale
dalle strada, oggi si rovesciano. Se era difficile trattare prima, probabilmente sarà impossibile farlo adesso (a meno di ragionamenti oltre il machiavellico). Il sogno è stato bello. Ma è durato meno di una notte.

La via centrista, quella del ritiro unilaterale, o meglio della separazione dal problema, dietro robusta barriera - posizionata là dov è conveniente che sia da un punto di vista bellico, più che politico, esce rafforzata dal risultato del voto.

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La foto è di Robert Capa

21.1.06

E' qui per restare

Tra il fallimento della destra e quello della sinistra, Sharon, come Charles de Gaulle, ha creato un centro solido, fondato su una politica (il ritiro unilaterale). E come il gaullismo è sopravvissuto al suo fondatore, anche lo sharonismo e Kadimah sono qui per restare.
Shlomo Avineri su Forward

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Targeted killing no, risposta nucleare sì

Avevamo frainteso Chirac.

Quando condannava Israele per il targeted killing dello sceicco Yassin, forse non era l'idea in sé che lo disturbava. Era il modo non sufficientemente deciso. Non era stata sganciata l'atomica su Gaza.

Infatti, contro i nemici terroristi della Francia (e per terrorismo Chirac ha precisato che si può intendere anche il taglio delle forniture energetiche) Chirac annuncia che è possibile pensare all'uso di armi nucleari.

Mirabile il post di sylverlynx, che ringrazio.

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20.1.06

E' ora che si discolpi Golia

Sorridi, sei sul TBLOG
Giorgio Israel su Il Foglio, venerdì 20 2006
Risponde all'intervento di Chiara Sereni "La colpa di essere ebrei". Estratto. [Vale la pena di leggere tutto, il link è sistemato]

[...]
Evoco questo ricordo perché porta al tema che è al centro dell’intervento di Clara Sereni: la difficoltà di conciliare un’identità ebraica con una militanza comunista. È un problema che hanno vissuto tutti i dirigenti comunisti che non hanno accettato di sopprimere totalmente ogni legame con la loro identità ebraica, come fu il caso di Umberto Terracini. Nella mia modesta esperienza l’ho vissuto anch’io per lunghi anni ed è chiaro che Clara Sereni lo vive ancora e con tormento.
Nel suo intervento Clara Sereni denuncia due episodi che l’hanno ferita – e quanto duramente è facile capire da come ne parla! – l’uno pubblico e l’altro privato: essere stata presentata a una tavola rotonda della CGIL come “ebrea e scrittrice” e l’aver dovuto ascoltare, durante un pranzo di compleanno di amici di sinistra, espressioni di vero e proprio pregiudizio antiebraico.
Capisco il suo turbamento e le esprimo la mia solidarietà. Ma mi chiedo: delle due l’una, o il livello di pregiudizio antiebraico ha raggiunto nella sinistra livelli esplosivi, oppure Clara Sereni è in stato di catalessi da qualche decennio. Precisamente dal 1967, da quasi quarant’anni.
[...]
Da quel momento le cose iniziarono a prendere una piega sempre più brutta. [...]
Potrei raccontare tanti altri episodi del genere, pranzi e cene come quelle di Clara Sereni, a suon di «Come mai voi ebrei siete quasi tutti commercianti?». Sarà per un’altra volta. Per ora mi limito a dire che l’episodio di cui sopra mi servì a capire una volta per tutte una cosa: che potevo scegliere di restare nella sinistra comunista o uscirne ma, qualsiasi cosa avessi fatto, ai razzisti e agli antisemiti occorreva rispondere soltanto con un calcio – ovviamente verbale – nei denti e, se non basta, nel sedere.
È l’unica pedagogia che può svegliare la coscienza di coloro che sono in buona fede. Ed è l’unico modo di salvare la propria dignità e integrità, la verità e la giustizia. Quel che certamente avevo appreso è che non è possibile lasciarsi colpevolizzare, subire la richiesta inaudita di dover fare un atto di discolpa. L’ha capito questo Clara Sereni? Non pare, visto che dice: «come tante altre volte, ho dovuto, come ebrea, fare il mio “Radames, discolpati”». “Tante” altre volte? L’ha fatto tante altre volte, e l’ha rifatto ancora questa volta senza trovare innaturale assoggettarsi a un simile infame ricatto?
Per parte mia, il decennio abbondante di militanza comunista che seguì all’episodio ginostriano – e che fu tutt’altro che facile – terminò proprio quando venne l’epoca delle richieste pubbliche di discolpa. Se ne ricorda, Clara Sereni? Fu l’epoca della guerra del Libano, nel 1982, quando a sinistra si chiedeva e richiedeva a gran voce agli ebrei di tutto il mondo di dissociarsi da Israele e di ottenere un salvacondotto di rispettabilità attraverso una condanna del governo Begin. Rosellina Balbi denunciò con forza questa intollerabile pretesa in un memorabile articolo su La Repubblica: “Davide discolpati”. Altro che Radames… Fu un periodo cupo. Le umilianti giaculatorie di un certo numero di ebrei di sinistra non servivano a placare le arroganti richieste di dissociazione. E a forza di fomentare l’odio venne l’evento nefando: nel corso di un corteo dei tre sindacati confederali venne deposta una bara davanti al Tempio maggiore di Roma. E, infine, in questo clima di sordida ostilità, il terrorismo palestinese prese il coraggio di compiere l’assalto armato al Tempio che vide l’uccisione del piccolo Stefano Taché.
A ventiquattro anni di distanza ancora Clara Sereni non ha assimilato quella lezione e accetta di sottoporsi alla pratica umiliante della “discolpa”? Occorre forse rispiegare perché non dovrebbe? Non discuto il suo legittimo diritto di continuare ad essere comunista e di difendere l’attualità di Marx (il che mi fa venire in mente quanto diceva nel 1989 il mio amico scrittore Alberto Lecco: «Il comunismo è finito? Vedrete… Comincia adesso…). Non discuto la legittimità dei suoi giudizi su Israele e sulla questione palestinese. Siamo su posizioni diversissime, ma questo è irrilevante. Appunto: che c’entra? Perché mai, per conquistarmi il diritto a non essere afflitto da tirate antisemite, debbo fare una fede di professione comunista, antisionista, filopalestinese e dimostrare di essere un “ebreo buono”?

Insomma, perché, per non essere colpito dal razzismo, debbo legittimare il razzismo? [...]

A ventiquattro anni dalla campagna “Davide, discolpati”, Clara Sereni, invece di continuare a sottoporsi al ricatto, a “giustificarsi di essere ebrea”, a lasciarsi brutalizzare neanche più nelle vesti di David ma in quelle di Radames, dovrebbe intimare ai Golia razzisti: discolpatevi voi della vostra infamia, e vergognatevi, se ne siete capaci.
Tutto il suo intervento è intriso di patetiche illusioni. Si può davvero credere di ammorbidire i cattivi ripetendo la solita giaculatoria anti-sharoniana (“la politica del governo Berlusconi ha spiaccicato ebrei e Italia sulla politica di Sharon”). Che senso ha, mentre mezzo mondo ha fatto ammenda dei luoghi comuni su Sharon, continuare con la tiritera su Sharon boia? E perché mai la mossa di apertura verso Israele del ministro degli esteri Fini sarebbe stata efficace ma “scorrettissima”? Dove sta la scorrettezza? Nel non essere rimasto fedele a un’ortodossia fascista? Perché bisogna dire delle cose senza senso per non lasciar dubbi sulla propria ortodossia di sinistra?
Infine, forse l’illusione più patetica è tentare di convincere la sinistra a voler bene agli ebrei, per non regalarli alla destra e perdere le elezioni. Gli ebrei sono quattro gatti, ammette Clara Sereni, ma le elezioni si vinceranno per pochi voti, e quelli ebraici potrebbero essere decisivi. Ora, posto che su 30.000 ebrei non sono pochi quelli che voteranno per il centro-destra, quale sarebbe lo spostamento possibile:1000 o 1500 voti? E la sinistra, se non ci sta a voler bene agli ebrei per intima convinzione, dovrebbe mostrarsi benevola per l’opportunità di non perdere quel migliaio di voti? Me le immagino le sghignazzate dei commensali antisemiti di Clara Sereni… Peraltro, dopo aver fatto ricorso a un simile argomento, l’unica risorsa disponibile sarebbe mettersi in ginocchio e supplicare piangendo.
Capisco perfettamente l’ansia di Clara Sereni di perdere il rapporto con la sinistra, il suo attaccamento alla sua identità progressista. Ma la domanda è: qual è il modo più costruttivo e dignitoso per mantenere un rapporto autentico e realmente proficuo con quel mondo?
Per rispondere vorrei tornare a quel lontano 1982. Dopo la deposizione della bara davanti al Tempio maggiore di Roma, lo scandalo che ne seguì fu aggravato dalla reticenza delle dirigenze sindacali e, in particolare, dall’atteggiamento a dir poco ambiguo dell’allora segretario della CGIL Luciano Lama. Per me e per tanti altri fu la goccia che fece traboccare il vaso. Scrissi una lettera di sette pagine contro Lama che, in tutto o in parte, fu pubblicata da parecchi giornali e, con altri, promossi un appello che fu pubblicato su Repubblica col titolo “Lama e gli ebrei”. Ciò mi costò l’ostracismo di tanti ex-compagni. L’avviso venne da alto loco e fu perentorio: se non si ritira la lettera e l’appello la rottura è totale. Ancor oggi c’è gente che attraversa la strada se mi vede arrivare sullo stesso marciapiede. E appena qualche anno fa, quando raccontai queste vicende nel libro “La questione ebraica oggi”, venne fuori qualche maggiordomo della memoria di Lama a sostenere che quel che dicevo era falso, che Lama si era al contrario adoperato a condannare l’atto della deposizione della bara, che non aveva mai detto nulla di lontanamente equivoco. Insomma, ero io il fazioso, il rissoso e il calunniatore e il povero Lama era il crociato in difesa degli ebrei. Da non potersi credere. Riandai a leggermi l’appello pubblicato su La Repubblica pensando di essere ormai in preda all’Alzheimer. Diceva una cosa durissima: che il commento di Lama era «reticente e tale da offrire copertura [sic!] a quanti si sono resi responsabili di quegli atti», che erano definiti senza mezzi termini «neonazisti» e non accidentali bensì «pensati e organizzati». E sapete quali firme c’erano in calce a quell’appello? Fra le altre, quelle di noti proto-berlusconiani come Massimo Cacciari, Aniello Coppola, Giacomo Marramao, Claudio Pavone, Mario Pirani, Beniamino Placido, Luigi Spaventa. Eppure, nel 2002, ero diventato io l’unico cattivo e fazioso. Una tecnica arcinota e collaudata, quella della demonizzazione e dell’isolamento del reprobo, codificata dall’immortale maestro Josif Vissarionovic Dugasvili.
Ciò detto, ho forse perso qualcosa agendo in questo modo? Non credo proprio. Che perdita è mai quella della finta amicizia di gente di quella fatta? Era meglio non perdere il saluto dell’allora segretario della sezione universitaria del PCI (che ancora fa finta di non conoscermi) oppure sentirsi riconoscere pubblicamente da Piero Fassino che la mia “furia iconoclasta” è servita a stimolare riflessioni utili e costruttive? Era meglio tenersi buoni gli intellettuali che parlano di razza ebraica, o stabilire un dialogo fertile e costruttivo con persone come Giuseppe Caldarola e Umberto Ranieri? Esiste e cresce una sinistra aperta, attenta e senza pregiudizi sulla questione israeliana e sulla questione ebraica. Con questa bisogna parlare e non amareggiarsi i pranzi con la gentaglia: esistono pur sempre le porte per andarsene e ottimi ristoranti. Cara Clara Sereni, chi cova i pregiudizi di cui lei racconta non è certamente una persona “per bene” e, se è “di sinistra”, non cambia nulla: a destra e a sinistra i razzisti sono la stessa pasta di mascalzoni.
So bene quanto certi percorsi siano difficili e tortuosi. Sono l’ultimo a pretendere di giudicare, tanto meno di condannare. Ma ogni percorso nel deserto deve prima o poi finire nella terra promessa. Che è quella in cui si vive con una coscienza libera e, tra il partito-che-rappresenta-il-destino-storico e la verità, si sceglie la verità.

Giorgio Israel

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La foto è di Walker Evans.

19.1.06

L' ONU cancella Israele

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Per la giornata di solidarietà col popolo palestinese, l'ONU ha pensato bene di esporre una carta del 1948 che non comprende lo stato di Israele. [leggi l'articolo di Israel Insider]

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Il quadro è di Kathy Gollahon

Diplomazia iraniana al lavoro

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Volevo passare qualhe giorno senza scrivere di Iran, ma è stato impossibile. Oggi il terrorrismo iraniano ha colpito ha Tel Aviv con un attacco suicida della Jihad Islamica, il braccio di Teheran nei territori.

Ci sono 30 feriti, tra cui qualcuno gravissimo. Fortunatamente, l'unica vittima -per il momento- è l'attentatore.

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La foto è di Weegee

Nessuno è profeta in patria

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A me, Paradise Now, il film palestinese sui due kamikaze, vincitore di un Golden Globe, ha fatto un po' incazzare, ma tutto sommato è piaciuto abbastanza.
E' piaciuto molto meno a Nablus, la città che fa da sfondo all'azione. E dove il film non è stato ancora proiettato.
Ma qualcuno l'ha visto sui canali satellite e trova che i due protagonisti "non sono abbastanza eroici e credenti", per altri "non è interessante". Ma forse il giudizio che rappresenta davvero la pietra tombale del film è quello espresso da un uomo con la pisola alla cintola, che ha voluto restare anonimo "deve essere buono per Israele, o non avrebbe mai potuto avere successo a Hollywood".
Leggi l'articolo.

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La foto è di Elliot Erwitt